11. INNO ALL'AMORE

Il processo giunse al terzo ed ultimo giorno di mercoledì mattina; la corrente elettrica era tornata durante la notte. Il pubblico ministero David Esibi chiamò a deporre Rose Marie Magesa, la moglie di Charles. Era una caratteristica delle aule giudiziarie presiedute da John Stanislaus ‘Ngomeba quella di sentire i teste dell’accusa e della difesa in sequenza apparentemente caotica, che tuttavia seguiva una logica: i testimoni venivano ascoltati in base alla loro disponibilità di tempo, affinché le deposizioni non ostacolassero il lavoro e gli impegni quotidiani, o in base all’orario di arrivo del loro matatu. Con altri giudici ciò non era ammesso, ma ‘Ngomeba era uno che puntava dritto ai contenuti e che dava importanza alla forma solo quando questa cozzava con la sostanza.
Con passo affaticato, Rose Marie trascinò le proprie ciabatte infradito di gomma, le uniche che possedeva, fino al banco dei testimoni. Umile e minuta, indossava abiti occidentali usati e il copricapo colorato tipico delle donne Kikuyu. Si sentiva fuori posto su quella sedia di fronte alla corte, timorosa e spaesata per la situazione insolita in cui si trovava suo malgrado. Era una ragazza semplice, cresciuta nelle shamba di Engelesha, affezionata al proprio villaggio; nella vita non aveva dovuto affrontare altri problemi che quello di piacere al marito, sopravvivere al parto e mettere qualcosa nel piatto ai tre figli. Rose Marie confermò tutte le difficoltà della famiglia dopo l’incidente accorso alla piantagione di cavoli, il debito di quasi diecimila scellini con la missione e la rabbia del marito, che per restituire la somma avrebbe dovuto lavorare per moltissimi anni; raccontò alla corte anche di quando era stata spinta da Charles a recarsi alla Farm, incinta, a mendicare un nuovo lavoro per lui, e di come father Moser avesse ceduto, pur offrendo soltanto un impiego precario. Ma non disse una parola sulla notte dell’omicidio, perché di fatto non sapeva nulla: forse per vergogna, forse per proteggerla, Charles non si era mai confidato. Così, Rose Marie raccontò solo che la sera del 2 ottobre 2002 il marito era tornato a casa stanco e pensieroso, come sempre in quel periodo; si era lavato a lungo il viso nella fontana in cortile prima di sedersi a tavola. La notte tra l’1 e il 2 ottobre non era rincasato, ma non era la prima volta; spesso in quel periodo passava le notti fuori casa, a ubriacarsi nei bar di Nyahururu si diceva, perché al termine della sua giornata lavorativa era ormai troppo tardi per prendere l’ultimo matatu diretto a Engelesha; dopo la sbornia, si sdraiava accanto ai due guardiani della Farm e dormiva a terra con loro, sotto la stessa coperta.
“Da quanto andava avanti questa situazione?” le chiese Esibi.
“Non so, non ricordo” Rose Marie rispondeva sempre così alle domande, con un filo di voce, senza mai alzare lo sguardo verso il proprio interlocutore; di tanto in tanto, dava cenno di voltarsi verso il giudice ‘Ngomeba, quasi a cercare rassicurazione di aver risposto correttamente.
Esibi riformulò la stessa domanda in modi diversi: “Ricorda di aver sentito Suo marito minacciare in qualche modo father Moser? Ha mai sentito Suo marito imprecare contro father Moser o dire di volerlo morto? Quanto rincasava ubriaco, Suo marito menzionava father Moser nei suoi deliri alcolici?”
Ma Rose Marie ripeteva come un disco rotto: “Non so, non ricordo.”
Spazientito, Esibi la ferì di proposito: “Come ha fatto a sopportare tutto questo, signora Magesa? Sola con tre figli e un marito alcolizzato. Mai un lamento, mai un sussulto di rabbia o di ribellione. Non c’è nessuno a cui abbia confidato il disagio in cui versava la Sua famiglia?”
Lei non disse nulla. Il pubblico ministero capì che da quella testimonianza inerte non avrebbe ricavato un bel niente di utile alla verità e dunque la lasciò andare.
Tornando verso il suo posto tra il pubblico, dove la attendevano i bambini, Rose Marie sentì sul collo l’alito pesante del disprezzo e della compassione dei presenti. Quanta ipocrisia tra le persone che le sedevano accanto, quante storie di alcol e di violenza tenute a tacere. Per un crudele gioco del destino, la storia della sua famiglia era stata messa in piazza, ma lei si aggrappava alla propria dignità con tutte le forze. E una volta seduta, osservando tutta quella gente improvvisamente anonima attorno a lei, tutti quegli sguardi sprezzanti, realizzò di non sentirsi affatto infelice. Non aveva mai fatto del male a nessuno; tutti e tre i suoi figli erano vivi. Charles era stato per lei un buon marito e perfino un bravo amante nei primi anni di matrimonio. Non essendo circoncisa, dal corpo aveva tratto piacere. Di solito facevano l’amore in posizione missionaria, come avevano imparato nei corsi prematrimoniali tenuti dai wazungu cattolici, perché così i coniugi cristiani si distinguevano dagli animali, guardandosi negli occhi, condividendo emozioni e attenzioni reciproche nel momento dell’unione sessuale. Ma qualche volta Charles trasgrediva e la prendeva da dietro. Non l’avrebbe mai confessato al parroco del villaggio, ma Rose Marie così godeva molto di più, inebriata in un senso di selvaggio e di proibito, custodito segretamente tra le mura domestiche. Arrossiva da sola quando ci pensava; le capitava di arrossire durante i momenti più vari della giornata, allacciando le scarpe ai bambini, attingendo l’acqua dal pozzo, bollendo le patate dolci o insaponando i vestiti. Dal male piovutole addosso, Rose Marie aveva ricavato molto bene. Il mantenere la calma, il non rimuovere nulla, il rimanere vigile ai drammi della realtà, prendendo le cose com’erano e non come avrebbe voluto che fossero, l’avevano condotta ad una singolare conoscenza di se stessa, della propria incommensurabile capacità di sopportazione, unitamente ad un’energia che prima non avrebbe nemmeno potuto immaginare. Da ragazza aveva creduto che accettando le cose sgradevoli, esse in un modo o nell’altro l’avrebbero sopraffatta. Divenuta donna, aveva compreso che solo accettando gli eventi era possibile prendere posizione di fronte ad essi. Aveva così imparato a partecipare al gioco della vita, godendo di ciò che di volta in volta le offrivano i giorni, nel bene e nel male, mentre il sole e l’ombra si alternavano senza fine, e tutto il suo animo si era ravvivato. Dal giorno in cui aveva rischiato di morire di parto per dare alla luce in casa il suo terzo figlio, Rose Marie viveva nella grazia di Dio. “Com’ero stupida, io che prima di sposarmi volevo forzare ogni cosa al mio volere” pensò. Grazie al dolore, le si era forgiata dentro una personalità che non si spezzava all’accadere di cose incomprensibili. L’esperienza della disfatta era stata per lei un’esperienza di vittoria, dal momento in cui aveva rinunciato ad intromettersi con aria inquisitiva nell’opera della provvidenza e aveva cessato di impegnarsi affinché le proprie preghiere venissero esaudite. Dal giorno in cui Charles aveva perso tutto, malgrado svariate difficoltà fisiche Rose Marie lavorava instancabilmente. Coltivava le patate dolci e, quando le capitava di averne qualcuna in più, le portava al chiosco delle sue sorelle, una sorta di garitta in metallo lungo la strada del paese; occasionalmente, seduta per terra di fronte a casa, vendeva roba usata, arrostiva quarti di pannocchie da vendere assieme ad una tazza di infuso caldo di carcadè. In stagione, vendeva qualche arancia coltivata dal marito della sorella. Aveva due galline e qualche volta riusciva ad allevare una covata di pulcini: le sarebbe piaciuto contrarre un piccolo prestito per impiantare un pollaio, ma non aveva mai osato chiederlo e non aveva sofferto per questo. Era felice di mantenere la famiglia vivendo di espedienti, traendo soddisfazione dal piccolo scambio di doni e di favori con le sorelle e le altre donne del villaggio. I legami familiari erano la sola cosa che possedeva. Rose Marie aveva imparato ad amare di un amore che non chiedeva nulla, un amore che era pura sottomissione cosciente ai fatti della vita. Quegli sguardi in aula, appesantiti dal disprezzo, in un certo senso segnavano il suo trionfo.

Congedata la moglie dell’imputato, la pubblica accusa chiamò un teste di tutt’altra levatura sociale: Samuel Odinga, il capo della comunità Kikuyu di Nyahururu. L’organizzazione tradizionale della società, con la presenza di un capo eletto dal consiglio degli anziani, sopravviveva nelle città parallelamente alle municipality importate dagli Inglesi, pur avendo perduto il prestigio conservato invece nei villaggi. Odinga era un uomo sui cinquant’anni, grasso e imponente, con una moglie altrettanto grassa e sette figli, tutti obesi, studenti o neolaureati tra Nairobi e Nakuru. Trasudava lardo da tutti pertugi del corpo, indossava esclusivamente abiti di seta rigata grigio scuro, confezionati da un sarto di Ol Kalau, e si portava sempre appresso un ombrello nero come surrogato del bastone di legno dei vecchi capi. Il gusto per i cibi fritti gli si leggeva nel volto tondo, nei baffetti unti, nelle labbra carnose e nelle guance butterate di foruncoli purulenti. Pur parlando un discreto Inglese, Odinga era analfabeta. Abitava fuori città, dove possedeva molti ettari di terra adibiti a piantagione di carcadè. Viveva da gran principe in una casa di mattoni e intonaco bianco, munita di elettricità, acqua corrente, due bagni di marmo con vasche idromassaggio e un tetto di tegole smaltate di rosso: tutti materiali fatti arrivare dall’Europa, com’era di moda tra i Kikuyu che volevano ostentare la propria ricchezza per fare affari con i wazungu.
Appollaiato sul banco dei testimoni come un re sul trono, Odinga ricordò Dino, la sua proficua collaborazione con i Kikuyu, i suoi progetti per la costruzione di laghetti e cisterne per la raccolta della pioggia. Dino si era conquistato grande rispetto tra i Kikuyu di Laikipia proprio per la sua perizia nel controllare l’acqua, insegnando come raccoglierla e incanalarla in semplici quanto geniali sistemi di irrigazione. Nel 1994 gli anziani di Ol Moran lo avevano accolto nella comunità, istruito e ammesso al rituale iniziatico. All’epoca Odinga non solo non aveva alcuna voce in capitolo, trattandosi di un’altra comunità, ma non era nemmeno al corrente dei fatti. Tuttavia si era informato prima di comparire al processo e in aula finse di ricordare: “Diedi al capo di Ol Moran il mio benestare e a father Moser la mia benedizione. Egli era il benvenuto tra i Kikuyu. Durante l’iniziazione, gli venne assegnato un nuovo nome. Il consiglio dei saggi prese al vaglio due possibilità. «Colui che spezza il pane», perché father Moser abbinava il rito dell’eucaristia alle preghiere tradizionali rivolte al monte Kenya all’ombra del figtree. E l’altro, che poi decisero di assegnargli: «Colui che controlla l’acqua», «Colui che ha potere sull’acqua», per i suoi insegnamenti sulla costruzione dei laghetti di raccolta dell’acqua piovana, da utilizzare come vasche di contenimento durante le alluvioni e come bacini di irrigazione nei periodi di siccità. Controllando l’acqua, father Moser dominava le stagioni e determinava la fecondità della sua terra e la prosperità della sua gente, perciò gli abitanti di Ol Moran lo consideravano uno mago buono, un saggio portatore di cibo e di ricchezza. Father Moser era un uomo saggio perché conosceva le forze della natura, sapeva come piegarle e condivideva la sua conoscenza con gli altri, affinché l’intera comunità ne traesse beneficio.” Odinga, che pur non era mai stato troppo interessato alle attività di Dino, spese per lui parole di stima e di grande affetto. Ritenendosi molto furbo, era solito gettare fango sugli assenti lusingando in maniera stucchevole i presenti. I Kikuyu come Odinga lavoravano di fantasia, ben consapevoli che di mera fantasia si trattava. Un giorno, non molti anni prima, nel corso di un’harambee alla Farm, era arrivato al punto di salire sul palco, prendendo il microfono e improvvisando: “Ti sposerai con una bellissima ragazza Kikuyu. Con una moglie del posto, otterrai subito la cittadinanza keniota e la tua prole un giorno governerà la città di Nyahururu.” Si riferiva a father Dino, che a quel punto si era scostato dal gruppo di amici con i quali stava facendo un brindisi per avvicinarsi ai piedi del palco, ricambiando con un grande sorriso e dicendosi onorato per un augurio tanto generoso. Poi si era voltato nuovamente verso gli amici, precisando in lingua italiana: “Qua funziona così: bisogna sorridergli e ringraziarlo, fingendosi più idioti di lui. Coglione. Sa benissimo che l’ufficio immigrazione mi tiene per le palle per il rinnovo del permesso di soggiorno, ma tu credi che muova un dito per me? Egoista pezzo di merda.”
Se per le comunità isolate tra le montagne le buone maniere contavano assai poco, per i Kikuyu di città il gradimento era molto importante. Tutto era teatro. Lo dimostravano le contrattazioni dei prezzi al mercato: un commerciante della Thompson Fall preferiva mercanteggiare per un’ora per poi guadagnare cento scellini, piuttosto che vendere immediatamente un oggetto a mille scellini senza incontrare nell’acquirente alcuna resistenza. Era tipico dei giapponesi, e qualche volta degli americani, accettare senza contrattare: turisti stupidi, secondo i venditori Kikuyu, da imbrogliare senza gusto. Al contrario, chi si sedeva a contrattare e si calava nel gioco, dimostrava rispetto per le usanze locali e pertanto meritava di essere ricambiato nel rispetto. Odinga era un classico esemplare di Kikuyu di città. Al processo, il lardoso capo parlò tanto bene della Chiesa cattolica quanto parlò male delle Chiese protestanti e delle organizzazioni non governative disseminate per Laikipia, colpevoli di godere di scarsa partecipazione popolare e quindi di poca continuità, di appesantirsi con troppa burocrazia e troppo organico, di soffocare lo spirito d’iniziativa, di ostacolare l’occupazione locale facendo affluire i professionisti dall’estero e di essere un’industria di sciacalli sul corpo ferito dell’Africa. Ovviamente, da abile teatrante, scelse una citazione appropriata, direttamente dalla Bibbia: “Quando c’è un corpo morto, ci sono anche gli avvoltoi.” Esagerava, certo, ma le sue parole colpirono nel segno, perché provenivano da una voce autorevole e perché contenevano un fondo di ben nota verità. “Ma la Chiesa cattolica di Nyahururu no” precisò. “La Chiesa di father Moser ha formato dei gruppi di auto-aiuto gestiti dai nostri generosi volontari...”
D’un tratto Odinga si fece meno pomposo e rallentò il proprio monologo di convenienza, cominciando a cadenzare le frasi al ritmo di un ticchettio metallico che avanzava dal corridoio. Fino ad interrompersi, mortalmente offeso alla sola idea di non essere più ascoltato, perché tutta l’attenzione dei presenti era stata catturata da due wazungu appena entrati in aula. Decine di preti e di suore di tutta Laikipia, di ogni colore e nazionalità, si alzarono in piedi e fecero il segno della croce al passaggio del nunzio apostolico di Nairobi, monsignor Riccardo Antonelli, che elargiva benedizioni e baciava le testine dei bambini come un papa tra la folla di San Pietro. Io invece mi alzai in piedi per la donna che lo accompagnava.

Assai piccola di statura ma ben proporzionata, era avvolta in una sari color arancio, con un corpetto rosso scuro, molto stretto, che le sollevava i seni perfetti e rotondi. Portava i capelli nero corvino ondulati e sciolti sulle spalle, un bindi di rubino sulla fronte, un minuscolo orecchino di brillante a lato del naso congiunto al pendaglio dell’orecchio destro con una finissima catenina in filigrana d’oro. La sua pelle era abbronzata come quella delle donne bianche dell’equatore, la bocca disegnata da una matita purpurea, gli occhi grandi e azzurri come zaffiri, appena cerchiati di mascara blu. La sua bellezza mozzafiato celava il rumore metallico della stampella che la sorreggeva. Catturato dalle rotondità del suo ventre e del suo ombelico scoperto, notai appena l’asimmetria delle sue anche e quanto le fosse difficile camminare mantenendo un portamento diritto. Prima di sedersi in un posto in prima fila lasciatole libero da un galante prete Kikuyu, la giovane claudicante scrutò il volto dei presenti, concentrandosi sugli uomini bianchi. Mi individuò presto e fece qualche passo verso di me. Rimasi imbambolato a labbra asciutte, mentre lei percorse i lineamenti del mio viso come una cieca intenta a vedere con l’ausilio delle mani, ma senza chiudere gli occhi: con la punta delle dita mi accarezzò delicatamente la fronte corrugata dall’imbarazzo, le palpebre, le sopraciglia, la punta del naso, la mascella, la fossetta sul mento, i tendini tesi del collo, fino alle spalle. Non avevo idea del perché quella raffinata creatura mi stesse esplorando il viso e desiderasse afferrarmi le spalle con presa energica, quasi per affondarmi nella carne le sue unghie smaltate di rosso carminio e ali di farfalla. La mia autostima salì a mille: forse semplicemente mi trovava di aspetto gradevole? Mi diede un piccolo, innocente bacio sul lobo dell’orecchio, senza dirmi nulla, e credetti di svenire. L’odore della sua pelle era delizioso. Quella non era mica umana, non poteva esserlo; era una divinità dalle sembianze femminili incarnata sulla terra per portarmi un messaggio. Ma quale? Accarezzandomi il collo, sorrise pudicamente senza dire una parola, come uscita da una miniatura del Kama Sutra. Sentivo la gola sempre più secca e le gambe molli come mai le avevo avute prima, e incredibilmente, di fronte a tanta grazia e bellezza, mi scoprii a pensare a Claudette, che seduta in fondo all’aula tra le donne Kikuyu, dove la sua pelle sembrava ancora più pallida, fingeva con tutta se stessa di non nutrire alcun interesse per la scena che le si dispiegava davanti. Incurante di tutti, la dèa dell’amore vestita di seta andò a sedersi a fianco del monsignore, che la sorresse nell’atto di sistemarsi sulla sedia, perché il suo handicap non le permetteva di piegare bene la gamba.
Notai che anche Marco era stato colto da un certo disagio. La pelle gli bolliva sotto i vestiti. Se ne stava in piedi, con il busto rigido, le braccia incrociate e le gambe divaricate; anche i suoi pantaloni gli erano sembrati all’improvviso troppo stretti. “Sai chi è che ti ha appena infilato la lingua nell’orecchio?” mi bisbigliò a bocca storta. “Jasmina Larsson, in arte Joy.”
“La puttana zoppa” scandì Wilma.
Tutto d’un tratto ricordai il vociferare delle suore alla Farm: Joy, la prostituta di Hurlingam, la generosa dispensatrice di gioie sconce. La donna di Dino. Quella sarebbe stata la povera disabile – com’è che aveva detto il bastardo il giorno in cui alla Farm, Dio sa perché, si era ammorbidito ingaggiandomi tra i suoi collaboratori? – vittima indifesa di “esseri viscidi e malvagi, dagli instinti più bassi di quelli di una bestia affamata da un mese”. Mi tornò in mente l’espressione e il colore che assumeva il viso del prete fascinoso pensando a lei. Il nunzio lo voleva vescovo, le suore gli cucinavano leccornie, i Kikuyu lo veneravano come un semidio, le mamme delle shamba gridavano di giubilo al passaggio della sua auto, i loro pargoli facevano a gara per saltargli in braccio e per farsi portare un po’ sulle spalle, mentre lui faceva l’amore con la ragazza più attraente del Kenya, che era pure una professionista e certamente conosceva tutti i trucchi per fargli dimenticare le fatiche del lavoro, la siccità, le stragi di piazza e i bambini che morivano di fame. E poi osava anche lamentarsi di essere strattonato da una parte e dall’altra, maltrattato dall’ufficio stranieri, denigrato dal capo Odinga, soffocato dalle aspettative di tutti. Povero, povero Dino. Avrei tanto voluto palesare tutta la mia invidia, propormi a Mimiruk come teste contro il morto, e invece mi giustificai: “Non l’ho mai vista prima. Un incontro del genere non me lo sarei certo scordato.”
“Pare che invece vi conosciate molto bene” brontolò Wilma, il cui volto stava assumendo rapidamente le fattezze di un ufficiale dell’inquisizione.

Resosi conto della disattenzione dei presenti, ‘Ngomeba batté due colpi di martello per richiamare tutti al silenzio e invitò Odinga a proseguire. Ma pochi secondi di indifferenza del pubblico erano bastati a impoverire di grinta lo show del gran capo, il quale si limitò a ribadire: “La Chiesa cattolica è diversa”. Samuel Odinga era stato convocato dal pubblico ministero solo per parlar bene di Dino e dei suoi uomini, come la gente si aspettava; la sua superflua testimonianza non avrebbe potuto mancare tra gli atti giudiziari, sebbene non aggiungesse alcun elemento utile a sostegno dell’accusa o a discolpa dell’imputato. Mimiruk tuttavia credette di carpire dalle parole del capo un aggancio utile per passare al contrattacco. Certo che il giudice non ci avrebbe fatto troppo caso, invertì l’ordine dei suoi teste, lasciando per ultimo il nunzio e chiamando a testimoniare padre Marco, al quale chiese di illustrare i progetti della missione ideati e coordinati sotto la supervisione di padre Moser.
Il giovane neoparroco di baraccopoli ricacciò gli ormoni al loro posto e parlò come un fiume in piena del proprio lavoro a Laikipia, non senza orgoglio e una vena di proselitismo. “Abbiamo iniziato a lavorare con i ragazzi di strada, ai tempi in cui ce n’erano a centinaia” cominciò.
“Prima che Kibaki istituisse le scuole pubbliche dell’obbligo, gli street children erano un business di comodo per le Chiese e le organizzazioni umanitarie. In Kenya, molte comunità religiose anche cattoliche allestivano ogni giorno grandi mense gratuite per i vagabondi, i giovani orfani che vivevano di accattonaggio e di piccoli furti. Le intenzioni erano buone, è chiaro: ‘Dai da mangiare agli affamati’ ha detto nostro Signore Gesù Cristo. E sia lodato Gesù Cristo, per carità. Ma le foto scattate a questi ragazzini sporchi, straccioni e mal nutriti, una volta spedite alle Chiese centrali o agli sponsor europei, fanno scattare il meccanismo della colpa, della pietà e delle donazioni. E così che da oltre un secolo le parrocchie africane si finanziano: grazie alle offerte dei grassi occidentali impietositi davanti alla classica foto del negretto affamato. E intanto rimane, anzi si rafforza, il problema sociale del ragazzo di strada che disturba, ruba, violenta. I giovani vagabondi che conoscevo, da Nyahururu a Nairobi, non avevano interesse a cambiare vita, a tornare a scuola o a cercarsi un lavoro: per strada erano liberi, la città offriva parchi e angoli tranquilli dove dormire e sniffare colla, qualche soldo lo racimolavano sempre dai turisti commossi, e così potevano andare al cinema o a troie, perché mangiare non era un problema, neanche a Nairobi, dove c’erano le mense delle suore. A Nyahururu ci pensavano alcune congregazioni protestanti a sfamare i piccoli bisognosi. Ma noi abbiamo detto no. Nel 1994, quando sono arrivato io, il nostro rifugio di prima accoglienza ha cessato di essere un semplice dormitorio con mensa annessa. I giovani che accettavano di entrarci dovevano pagare vitto e alloggio con il loro lavoro: giardinaggio, pulizie, lavoretti di manutenzione, piccole commissioni... Nel giardino della parrocchia ci sono alberi, aiuole e un orto: il lavoro non manca. Se i ragazzi non ci stavano, erano liberi di andarsene, ma a pancia vuota. Camminare. Dopo un breve periodo di riabilitazione, i più piccoli venivano indirizzati a frequentare la scuola informale, un istituto da noi ideato per l’istruzione dei bambini veramente poveri; i più grandi venivano invece inviati in scuole professionali di falegnameria o conciatura delle pelli, e poi inseriti in cooperative di lavoro convenzionate con grosse ditte di Nairobi. Molti di questi ragazzi riabilitati hanno trovato una nuova casa in Kenya, dato che le nostre campagne per l’adozione degli orfani di strada hanno dato buoni frutti.” Questo alla luce del sole, ma Dio solo sapeva quanti bambini Dino aveva fatto adottare illegalmente all’estero spacciandoli per profughi ugandesi. Marco glissò e si addentrò invece nella spiegazione del concetto di scuola informale: “Ci sono ottime scuole a Nyahururu, con rette da quindici dollari al mese, ma sono in molti a non potersele permettere: la scuola informale costa meno di ottanta centesimi di dollaro al mese, tariffa che va a coprire lo stipendio dell’insegnante. I bambini che non possono pagare neanche questa modesta somma devono fare dei piccoli lavoretti per la scuola o per la parrocchia. Il sistema può sembrare duro, ma è il solo modo efficace per sradicare l’idea del missionario ricco che porta aiuti gratis in cambio del battesimo. Finita l’emergenza dei bambini di strada grazie alla linea repressiva del nuovo governo, continuiamo a lavorare con le vittime dell’alcol, della droga e dell’Aids, che è la prima causa di morte in Kenya. Le stime più pessimiste dicono addirittura che il 30 per cento dell’intera popolazione del Paese è contagiata dal virus e che il 50 per cento dei decessi avviene per patologie correlate all’Aids. Secondo i dati forniti dall’ONU, nell’Africa Sub-Sahariana abbiamo avuto 4 milioni di nuovi casi di Aids nell’ultimo anno, mentre in tutto il resto del mondo solo 1,8 milioni: cioè, capite, tutto il mondo assieme non fa neanche la metà dell’ecatombe che viviamo qua. La scarsa informazione, la prostituzione e il comportamento sessuale libertino sembrano essere i responsabili di una così vasta diffusione del virus, specie nelle baraccopoli a ridosso delle aree urbane. In materia di prevenzione la nostra linea è cattolica, quanto all’uso degli anticoncezionali intendo, mentre la Chiesa anglicana è più tollerante, per così dire. Sì, insomma, i preti inglesi insegnano ai ragazzi a mettersi il goldone. A differenza delle campagne di informazione governative e di alcune Chiese protestanti, noi non consigliamo l’uso del preservativo come unica soluzione al problema. La strada preferibile è la castità prematrimoniale e la fedeltà coniugale, uno stile di vita che giova anche alla stabilità della famiglia e dell’intera comunità. I nostri operatori sociali lavorano nelle scuole, nelle parrocchie e nei gruppi giovanili, aiutandosi con videocassette e altro materiale di informazione. Tossicodipendenza e alcolismo sono piaghe che accompagnano la disoccupazione e la frustrazione da sradicamento culturale tipiche della vita in baraccopoli. La tossicodipendenza alimenta i furti e la prostituzione; i ragazzi più poveri che non possono accedere alla droga vera ripiegano sniffando colla nei barattoli di latta. La marjuana e le erbe stimolanti vengono coltivate nell’orto di casa, al mercato costano pochissimo e purtroppo sono largamente usate dagli autisti dei matatu, che con l’aiuto degli stupefacenti talvolta guidano per giornate intere senza mai riposare. La missione si fa carico dei casi più gravi di tossicodipendenza da inviare in ospedale o nei centri di recupero, per periodi di almeno tre mesi. Ma la vera sfida di oggi è l’assistenza domiciliare ai disabili.” Si fermò per un attimo, chiedendosi se fosse politicamente corretto parlare di disabilità, visto che una donna zoppa gli sedeva proprio di fronte. La sua esitazione non durò molto. “Massì, chi se ciava?” esclamò nel suo dialetto, e proseguì: “Il lavoro è impegnativo e delicato, le difficoltà talvolta sembrano insormontabili. I peggiori nemici della disabilità sono la vergogna dell’handicap e la scarsa collaborazione delle famiglie. La maggior parte dei ragazzi disabili non possono essere guariti dalla fisioterapia: lo scopo è solo quello di migliorare la loro qualità di vita, superare l’abbandono, coinvolgere i genitori, rendere il dolore fisico più sopportabile, aumentare la mobilità con l’aiuto di stampelle, protesi o sedie a rotelle. I nostri operatori lavorano nella palestra che abbiamo allestito in parrocchia, ma soprattutto nei villaggi, nelle capanne, nelle shamba. Si portano appresso un materassino, una scatola piena di giochi didattici e alcuni volontari Kikuyu, che hanno il compito di formare una rete capillare di altri volontari che copra le esigenze di tutto il territorio. Abbiamo già in cura più di settecento pazienti in tutta Laikipia, con disabilità psichiche o fisiche, dei quali una quarantina si reca alla palestra centrale, mentre gli altri vengono visitati periodicamente a domicilio; alcuni sono malati di sclerosi multipla e gli operatori hanno la penosa responsabilità di preparare le famiglie alla loro morte sicura. Una seduta di fisioterapia dura quaranta minuti e costa venti scellini, che scendono a dieci se la frequenza è costante, come incentivo per le famiglie diffidenti. Circa una volta al mese invitiamo in parrocchia alcuni medici specialisti: un neurologo, un otorino, un oculista e un pediatra. Dall’avvio del progetto sono stati visitati più di duemila bambini. Alcune disabilità curabili e molti labbri leporini sono stati corretti chirurgicamente all’ospedale missionario di North Kinangop, sopra Naivasha, dove operano medici locali addestrati da italiani. Ci sono infine i volontari della non violenza. Lavorano prevalentemente nelle scuole superiori, tentando di educare i giovani alla pace e ai diritti umani in una zona, la nostra, piuttosto calda. Sappiamo tutti che qui non ci sono solo tensioni politiche: la mancanza di sicurezza frena lo sviluppo, i furti e gli stupri sono all’ordine del giorno, i commercianti sono esasperati a tal punto da autodifendersi uccidendo i ladri, che sono spesso minorenni, e la povertà non fa che incrementare la violenza, in un circolo vizioso senza scampo. La via d’uscita è il non opporre resistenza, non reagire alla forza con la forza: accogliere nella propria casa il ladro e offrirgli del cibo, per esempio, oppure pregare ad alta voce per la famiglia dello stupratore in azione, sperando che i rimorsi lo fermino.”
“Sperando che i rimorsi lo fermino?” schernì Mimiruk. “Father Moser cosa pensava di questi metodi?”
“Dino era un non violento fino all’osso, ma per lui la non violenza era più qualcosa di interiore, di spirituale: una forma di rispetto per l’altro, non so se mi spiego. Come dire, se doveva scazzottare, scazzottava. Voleva troppo bene alle donne, non avrebbe assistito ad uno stupro senza reagire. Sì, lui qualche volta esprimeva perplessità sui miei metodi. Insieme siamo arrivati alla conclusione che non esiste una risposta univoca, un solo modo di reagire ad ogni forma di violenza, e che tuttavia in questa parte dell’Africa la violenza è una consuetudine quotidiana da sradicare. Per esempio, l’anno scorso un ragazzo di quattordici anni della scuola secondaria è stato picchiato a sangue dal segretario, perché era tornato nel dormitorio ubriaco dopo una serata passata con gli amici. Il brutale linciaggio ha avuto conseguenze devastanti: il ragazzo è stato operato d’urgenza al cervello all’ospedale di Nakuru, i medici gli hanno salvato la vita, ma è rimasto paraplegico. Con tutta probabilità, in condizioni normali i suoi compagni avrebbero reagito distruggendo la scuola e tutto quello che trovavano, ma il seminario di sensibilizzazione tenuto pochi giorni prima dagli operatori della non violenza ha avuto il suo effetto. I giovani hanno dimostrato di aver colto in pieno lo spirito dell’azione non violenta: con un enorme esempio di civiltà, hanno manifestato pacificamente in piazza e hanno scritto una lettera al direttore della scuola e al viceprefetto locale affinché prendessero provvedimenti. Il colpevole è stato arrestato.”
Finalmente Mimiruk gli chiese del microcredito. Marco spiegò: “Il microcredito consiste in un piccolo prestito di denaro a cooperative o privati che intendono iniziare un’attività lavorativa, di solito agricola, e che hanno bisogno di tassi di interesse più abbordabili rispetto a quelli imposti dalle banche.”
“Charles Magesa si era avvalso di questa possibilità?”
“Sì, Charles aveva dissodato di propria iniziativa il pendio di una collina a Engelesha e aveva costruito un buon sistema di irrigazione per la coltura dei cavoli. La missione gli aveva fatto credito: circa diecimila scellini. Purtroppo gli è andata male: dopo essersi dimesso da autista, ha perduto il raccolto e non ha più potuto reinserirsi alla Farm come prima, perché il suo posto era già stato riassegnato.”
Mimiruk non volle sentir parlare del risentimento di Charles e di come la rabbia lo aveva consumato nel corpo e nell’anima, facendolo cadere in disgrazia. Al contrario, puntò il dito contro la missione, per allargare la cerchia dei sospetti e per formulare un’attenuante in caso di condanna del proprio assistito. “Per anni la missione cattolica di Nyahururu ha seminato speranze e illusioni di lavoro” affermò, “sfruttando a lungo i giovani senza poi assumerli. E ha distribuito crediti a buon mercato agli uomini ricchi di idee ma poveri di mezzi come Magesa, pretendendo indietro il denaro con la stessa rigidità nel recupero applicata da una qualunque banca. Non è forse così? Crede che il vostro operato sia stato davvero utile a questa comunità? E ritiene che father Moser si sia comportato in modo ineccepibile con Charles Magesa?” La voce dell’avvocato andò crescendo. “MAGESA! Un uomo che lavorava per Moser da anni, che era suo amico fidato e suo impeccabile autista, che ha avuto la sola colpa di essere caduto in disgrazia a causa di un fatto imponderabile come un elefante, e che quando è ritornato alla missione per chiedere aiuto, è stato abbandonato a se stesso e ai propri debiti, perché era già stato rimpiazzato, come un qualunque pezzo di ricambio! FATHER MOSER GLI HA SPEZZATO IL CUORE!”
Marco non si fece intimidire; capiva che per Mimiruk difendere Charles era un compito disperato. Replicò in tutta calma: “Il microcredito serve all’emergenza e l’emergenza non può diventare un’abitudine. Ne abbiamo davvero tanti di Charles in giro... Vogliono in continuazione: cibo, soldi, favori, piccoli privilegi, spesso anche solo un po’ di affetto e qualcuno che li ascolti, che non li giudichi. Sì, penso che il nostro operato sia utile, ma non possiamo accontentarli tutti, né accontentare la stessa persona più volte. Tanto più se qualcuno esce dalle logiche della comunità per arricchirsi facendo i propri comodi. Il microcredito non è al servizio dell’avidità, ma della piccola imprenditoria di autosussistenza. Dino non aveva un bel niente da rimproverarsi. Anzi, è stato fin troppo clemente. Io uno come Charles non l’avrei mai ripreso solo per pietà di Rose Marie, neanche con un contratto a gettone.” E concluse in Italiano: “Cammina.”

La difesa sferrò allora la sua ultima arma: il monsignore. Dalla testimonianza di Antonelli, Mimiruk contava di ricavare quante più informazioni possibile sui difetti umani della vittima; all’occorrenza, avrebbe chiamato a deporre anche Jasmina Larsson, che aveva in borsa un mandato di comparizione. Allora sì che se ne sarebbero sentite delle belle.

Monsignor Riccardo Antonelli era il figlio unico di una famiglia di media borghesia cattolica veronese: suo padre era stato un brillante dirigente in un’azienda di stampati metallici, sua madre una colta insegnante di greco e latino al liceo classico. A cinque anni, poco prima di iniziare la prima elementare, il morbillo gli aveva accecato l’occhio destro, stendendogli una sgradevole patina opaca e biancastra sulla cornea; come complicazione, era sopraggiunta una brutta meningite. Dopo settimane di ricovero ospedaliero, i medici lo dichiararono fuori pericolo, ma raccomandarono ai genitori: “Il bambino non si deve sforzare, per nessun motivo.” Loro, riverenti verso l’autorità medica, fecero tesoro del consiglio. Quell’anno Riccardo frequentò pochissimo la scuola e fu promosso solo grazie alla pietà della maestra. Ma a metà della seconda elementare, la stessa maestra con grande imbarazzo si vide costretta a contattare la madre. La povera donna, che essendo a sua volta un’insegnante si rendeva perfettamente conto della gravità della situazione, quel pomeriggio tornò a casa col pianto nel cuore: “In seconda sa scrivere solo la A” spiegò al marito, tra le lacrime. “E’ scemo. La malattia lo ha rovinato per sempre. Dobbiamo cercargli una scuola speciale.” Nei giorni successivi, madre e padre si affannarono nella ricerca di una buona scuola privata per portatori di handicap e menomati mentali. Ma quando comunicarono a Riccardo il trasferimento ormai prossimo, lui ignaro chiese spiegazioni. “Vedi, in seconda non conosci ancora l’alfabeto” gli dissero con tatto. Al che lui rispose con candore: “Ma è stato il dottore a dirmi di non sforzarmi!” A Verona nacquero diverse leggende su quanto accadde subito dopo in casa Antonelli. Si raccontava che il padre, per la prima e l’ultima volta nella vita, avesse tirato una bestemmia seguita da una sequela di irripetibili insolenze, e che la madre, come una belva inferocita armata di battipanni, avesse immediatamente dato inizio ad un corso di ripetizione intensivo e accelerato. Quando Wilma la sera raccontava la storia di Antonelli alle suore Kikuyu, a quel punto si portava sempre le mani sul viso, esclamando: “Quante botte, quante botte ch’el ga ciapà.” Comunque fosse andata, in appena un mese Riccardo imparò a leggere e a scrivere perfettamente, e la sua pagella di fine semestre fu impeccabile. Negli anni successivi, tuttavia, non fu un alunno modello. Appena possibile, Riccardo scappava dai compiti per andare a giocare con gli zingarelli del campo rom vicino casa, rientrando per cena con gli abiti sudici e i capelli incrostati di fango e pidocchi. Odiava studiare. Cagionevole di salute, affetto da frequenti imprecisati disturbi digestivi e neurologici, dovette passare molto tempo a letto e imparò a giostrare bene la propria condizione. Non aspettava altro che il termometro segnasse due linee di febbre per esultare: “Mamma sto male, non vado a scuola!” e rovesciare tutte le scatole di soldatini sul letto, dove inscenava lunghissime e truculente battaglie, costruendo valli e montagne con le pieghe delle lenzuola. Ma tra i sedici e i diciassette anni qualcosa in lui cambiò. Si stancò dei soldatini di piombo e si avvicinò ad alcuni classici frugati dalla biblioteca della madre: Plotino, Porfirio e Agostino lo iniziarono alla filosofia e alla storia delle religioni, in particolare al neoplatonismo e ai padri della chiesa. A diciotto anni comunicò ai genitori la propria vocazione, disse addio alla ragazzetta con le trecce che la mattina, prima di andare a scuola, gli portava a letto i cornetti caldi quand’era ammalato, e si sentì pronto ad entrare in seminario. Da allora ebbe una brillante carriera. Per le sue spiccate doti diplomatiche, fu spesso incaricato di delicate missioni all’estero e divenne un pioniere dell’inculturazione delle missioni, ai tempi in cui il termine non era ancora d’uso comune.
Riccardo Antonelli e Dino Moser si conobbero in una sartoria di Nairobi. Il monsignore, poco dopo l’arrivo in Kenya per il nuovo incarico di nunzio, si recò in sartoria per farsi preparare abiti adeguati al clima equatoriale. Dovette attendere il proprio turno sfogliando un periodico, perché il sarto, un ragazzetto somalo fresco di scuola, stava prendendo le misure ad un giovane vestito in jeans e camicia, che a occhio doveva essere un prete e che a giudicare dall’accento proveniva sicuramente del nord Italia. I guai cominciarono quando il sarto, metro alla mano, chiese al giovanotto: “Which side do you dress?”
Da che parte vesti? Il prete italiano non capì.
“Which side do you dress?” ripeté il sarto, spazientito, che infine fu costretto a specificare: “I mean, which side do you keep your.... you know?”
Antonelli, che era un uomo di pochi complimenti e che quel giorno andava di fretta, si lasciò scivolare gli occhiali da lettura sul naso e si accostò alla spalla del giovane collega, bisbigliandogli in lingua italiana: “Intende dire da che parte tieni il cazzo.”
Padre Dino arrossì e si infuriò, tuonando in Italiano contro il sarto: “Areo senti, sono qua per farmi fare un vestito, non per raccontarti i fatti miei, chiaro? E non toccarmi, maiale.”
Antonelli spiegò rapidamente al sarto che evidentemente quell’uomo non conosceva l’alta sartoria; e per sbrigarla corta rispose al posto di Dino, sparando a caso: “Left side.”
Il sarto, offeso nella propria professionalità e convinto che i due ridicoli sacerdoti in realtà si conoscessero e fossero amanti, reagì con malizia fingendo di capire male: “Back side? Oh.”
Il qui pro quo finì in rissa, con Dino avventato sul collo del sarto somalo, a urlare: “COME OSI, BRUTTO FROCIO?!” e Antonelli che si affannava a dividerli, mentre i suoi occhiali caduti a terra andavano in frantumi sotto le scarpe.
Malgrado uno fosse un impulsivo e l’altro uno stratega, Moser e Antonelli divennero presto grandi amici.

Nel settembre 2005, Monsignor Antonelli aveva settantadue anni; da sedici prestava servizio come nunzio apostolico a Nairobi. Si era presentato in aula in abito ufficiale lungo, nero e porpora, con la pesante croce d’oro pendente sul petto, che tuttavia non bastava a distogliere l’attenzione dei presenti dai suoi particolarissimi occhi asimmetrici: il sinistro celeste come il cielo terso, il destro bianco e semichiuso per la cecità. “Padre Moser era un uomo controverso, a volte si sentiva stanco e turbato, ma non era tipo da togliersi la vita. E’ stato assassinato, Vostro Onore” dichiarò senza ombra di dubbio, come aveva instancabilmente sostenuto da quel 2 ottobre. Gli piaceva esordire le conversazioni recitando la parte del vecchio rimbambito. Era una tecnica militare che aveva imparato giocando con i soldatini: fingersi deboli e indietreggiare, per poi passare al contrattacco cogliendo di sorpresa il nemico. ‘Ngomeba infatti cadde nella trappola: lo esortò con gentilezza a rispondere solo alle domande che gli sarebbero state rivolte, sottolineando che la tesi dell’omicidio non era più in discussione, e sbuffò, pensando che ascoltare un teste così anziano sarebbe stata una faticaccia.
Mimiruk cominciò col chiedergli dove e quando aveva conosciuto la vittima, domanda che ovviamente il monsignore si aspettava, a tal punto che cominciò a ridere ancor prima che l’avvocato avesse terminato.
“Cosa c’è di tanto divertente?” intervenne ‘Ngomeba.
“Chiedo scusa, Vostro Onore, chiedo scusa a tutti. Conobbi father Moser in una sartoria presso la diocesi di Nairobi. Gli serviva un vestito per un’occasione formale: un abito nero da prete, capite, di quelli che non indossava Dio sa da quanti anni. Temo proprio che l’occasione formale fosse la partecipazione alla mia investitura di nunzio. Ecco, scambiai due chiacchiere con lui mentre il sarto gli prendeva le misure.” I dettagli divertenti non erano riferibili in aula.
“Che tipo d’uomo e di sacerdote era father Moser?” domandò Mimiruk.
“Del suo lavoro di missionario non ho molto da dire” ammise il nunzio, “se non che il suo servizio a questa comunità è stato encomiabile. Come sacerdote, beh... Il nostro prete della Val Vanoi faceva volare via le parrucche, le toghe e i tutti i nostri sacri paramenti. Noi che teorizziamo verità assolute su ciò che in fondo rimane inesprimibile...”
L’avvocato chiese spiegazioni, certo di poter gettare ulteriori ombre sulla vita della vittima, ma monsignor Antonelli sembrava senza segreti: “A padre Moser suonava contraddittorio innanzitutto che il cattolicesimo ammettesse dogmi paradossali alla logica quali la verginità di Maria, la risurrezione della carne, l’identità dell’uno coi tre, e così via” spiegò serenamente, “per poi scartare a priori la realtà e il valore dei contenuti ambivalenti delle credenze locali, che dopo tutto sono soltanto qualche altro paradosso in più. Moser considerava il paradosso un bene spirituale prezioso; l’univocità invece era per lui un segno di debolezza. Per fare un esempio, considerava inaudito che certi cattolici fossero ancora così primitivi da intendere la risurrezione della carne come un mero evento fisico, ed era certo che la Chiesa non potesse continuare a lungo con questo anacronismo, a meno che non volesse finire con l’impigliarsi in una rete di contraddizioni intollerabili. ‘Risorgere è percepire una nuova coscienza’ sosteneva, ‘scoprire la totalità e la perfezione dell’anima svuotata di tutti i suoi falsi contenuti, in grado di armonizzarsi nel creato come una minuscola ma indispensabile componente percettiva.’ Per Moser la risurrezione andava intesa come un rito di passaggio, un’iniziazione ad una nuova vita. Egli lamentava anche il rifiuto, anzi la ripugnanza della Chiesa cattolica, ad occuparsi seriamente dei sogni. Proprio così, i sogni, le visioni dell’uomo comune come del medicineman, che dalla notte dei tempi sono stati veicolo di comunione tra volontà divina e fede umana, come testimoniano anche le nostre sacre scritture. Ma l’errore più grave della Chiesa per Moser, malgrado i crescenti sforzi dell’inculturazione, era il non fare nulla per contrastare l’impoverimento del significato dei simboli locali, per cui ogni rito, credenza o usanza si sta riducendo a mera formalità che solo per inerzia viene conservata, con la sola vuota spiegazione del ‘si è sempre fatto così’. Ricordo che un giorno, a colloquio con me a Nairobi, dopo aver criticato aspramente la condizione di chi trova nell’imitatio Christi una comoda scusa per non realizzare il proprio personale cammino verso l’autorealizzazione, Moser non mancò di ironia circa l’inadeguatezza, se non addirittura il bigottismo, degli ambienti clericali più conservatori in materia di moralità e norme comportamentali, specie in materia di sessualità, contraccettivi, prevenzione dell’Aids. E non si riferiva ai vecchi parrucconi senza più speranza come me. Al contrario, espresse un giudizio alquanto severo sulla chiusura mentale e la superficialità di fede delle attuali risorse umane disponibili a Nyahururu.”
Non seppi trattenermi dal ridere e diedi una pacca sulla spalla a Marco, impietrito. Marco e gli altri giovani preti sapevano cosa pensava Dino di loro, ma non immaginavano che il nunzio ne fosse stato informato e si stupirono di non essere mai stati richiamati.
“Moser mi parlava spesso dei suoi ragazzacci tutto sociale e niente spirito” continuò Antonelli divertito. “E’ vero che dopo tutto le missioni cristiane predicano il Vangelo ai poveri pagani ignudi, come a dire, non occorrono tre lauree. ‘Ma i pagani padovani che dormono nella mia missione’ diceva, ‘talvolta mi danno l’idea di non aver mai sentito parlare di cristianesimo.’ Padre Moser era ben consapevole del drammatico processo di perdita dei significati nei culti tradizionali e della scarsa profondità nell’insegnamento dei culti nuovi. Ma il protestantesimo, a sua detta, si porta appresso le cicatrici di colpe ancora peggiori.”
“A Nyahururu cattolici e protestanti collaborano ai progetti umanitari” obiettò Mimiruk.
“Certamente. Gli anglicani, quanto ai progetti educativi, hanno solo da insegnare ai cattolici, perché è un lavoro che svolgono da più tempo. E c’è di più. Per iniziativa di Moser, so che a Laikipia negli anni scorsi si scambiavano le messe. Moser e i suoi ragazzi, due o tre volte l’anno, andavano a predicare il sermone durante la funzione anglicana, mentre gli anglicani tenevano l’omelia nel corso della messa cattolica. Dicevano che era per dare ai nuovi fedeli la possibilità di scegliere, ma immagino che in realtà fosse per accaparrarsi quante più anime possibile. E da quanto mi è dato di sapere, in fatto di numeri la squadra di Moser aveva sempre la meglio sui colleghi britannici e la cosa non mi stupisce: egli era un gran parlatore e spesso scriveva di suo pugno parte delle omelie recitate dai suoi rampolli. Tralasciamo le infinite settuccole finanziate dal governo per seminare i germi purulenti dell’inattività sociale. Padre Moser aveva aperto un’interessante disputa teologica con i seri e bravissimi colleghi anglicani e luterani. Innanzitutto il protestantesimo, diceva, in nome del principio della sola fides, ha perso di vista l’importanza dei simboli e dei sacramenti. Il sacramento non è espressione della mente di qualche singolo teologo, ma un segno che rispecchia l’attività autonoma e spontanea dell’anima collettiva: è il mezzo simbolico mediante il quale la numinosità dell’esperienza di Dio viene trasformata in un concetto sopportabile alla comprensione umana, senza danneggiarne il significato originario. I riti aiutano ad afferrare le potenze dell’oscuro; rinunciarvi comporta una separazione tra l’intelletto e l’attività segreta dell’anima. In questo modo il protestante si ritrova solo alla mercé di Dio, senza la mediazione della confessione e dell’assoluzione: egli deve sopportare da solo il peso dei suoi peccati e non è mai troppo sicuro della grazia divina, la quale per mancanza di un appropriato rituale gli risulta inaccessibile. Moser era in amicizia con alcuni pastori luterani. Mi diceva che delle volte discutevano per ore, e litigare era sempre un piacere. Loro rimanevano con convinzione dei protestanti e con delle buone ragioni. Si dicevano cristiani in senso concreto e per loro l’amore e la giustizia verso il fratello significavano molto di più delle speculazioni dogmatiche sulla cui verità e falsità ultima nessuno saprà mai trovare una risposta. In secondo luogo, sapevano stare con la gente e nelle pieghe della mente umana, come del corpo, il vero e il falso sono sempre relativi; talvolta l’apparente menzogna nasconde una sottile, terapeutica verità, la confusione un qualche ordine, lo smarrimento la possibilità di ritrovarsi. La priorità è aiutare il fratello, non imporgli una verità assoluta. Questi pastori erano medici, uomini di scienza, e la scienza è fondata sul dubbio, sull’apertura alla molteplicità delle possibilità nuove. ‘Voi cattolici che nel mondo predicate una sola e assoluta verità’ dicevano, ‘parlate un dialetto obsoleto, non certo il linguaggio degli uomini.’ Moser da buon cattolico dissentiva, ma ascoltava e rifletteva.”
Ma Mimiruk non era certo interessato alle dispute teologiche. “Monsignore” chiese, “Lei era al corrente della compravendita di terreni a Ol Moran cui la vittima si era dedicata nei mesi prima di morire?”
“Moser non era un agente immobiliare” rispose Antonelli. “Non mi risulta fosse in corso alcuna compravendita.”
Wilma fece un salto sulla sedia.
“Ma questo è ciò che la vittima ha riferito ai suoi amici e collaboratori.”
“Se davvero Moser ha mentito ai suoi collaboratori, doveva avere delle valide ragioni. Non sono informato sui fatti, quindi mi astengo da qualunque commento. Affermo soltanto che la Chiesa non era interessata all’acquisto di terreni a Ol Moran.”
“Lei sta dicendo che father Moser era un bugiardo?”
Marco annuì col capo, con aria gratificata.
“Io sto dicendo che Moser talvolta mentiva per proteggere chi amava. E’ una tipologia di menzogna di cui un uomo è tenuto a rispondere soltanto a Dio, non certo al nunzio apostolico del suo Paese.”
“Moser Le parlò dell’intenzione di recarsi in Olanda?”
“Non nello specifico. La storia del tribunale dell’Aja la tirava fuori spesso ai tempi di Moi, forse in maniera un po’ utopica, e non era certo il solo.”
“La mattina del 2 ottobre, appena avvisato da father Marco della tragedia, Lei trattò personalmente con l’FBI per telefono, affinché il cadavere di father Moser fosse ispezionato a Nyahururu da una persona di fiducia.”
“E’ esatto. La fretta di trasferire il corpo a Nairobi mi insospettì.”
“Gli agenti americani come motivarono tale fretta?”
“Non mi diedero alcuna spiegazione plausibile. Insistettero sul fatto che all’ospedale di Nyahururu non c’erano celle frigorifere, che Moser era rimasto a terra in balia degli elementi già per alcune ore e che un ulteriore deterioramento dei tessuti avrebbe ostacolato il lavoro dei coroner e, in ultima analisi, la ricerca della verità.”
“Questa non Le sembra una spiegazione plausibile?”
Antonelli allora volse lo sguardo al giudice ‘Ngomeba. “Signori, father Moser era cittadino italiano, non statunitense. In vita sua non aveva mai messo piede una sola volta negli USA. Perciò mi domando e dico: come ha potuto l’FBI appropriarsi del cadavere di un uomo? Con che diritto lo voleva far sparire? Furono queste le domande che rivolsi per telefono quell’incredibile mattina. I federali non mi risposero in maniera esauriente. Dapprima provarono a farmi credere di essersi sbagliati, di aver ricevuto l’errata informazione che la vittima fosse un loro connazionale. Bene, ma una volta appurato l’errore, per quale motivo insistere? Sul rapporto stilato in seguito non fecero la benché minima menzione dell’inghippo. Strano, no?”
Secondo le indiscrezioni trapelate sulla stampa, l’interessamento in tempi record dell’FBI – che aveva un ufficio a Nairobi – sarebbe stato motivato dai rapporti di amicizia tra gli Stati Uniti e l’Italia: i federali americani sarebbero intervenuti così in fretta allo scopo di rimpatriare la salma quanto prima, dato che né la magistratura di Trento né i funzionari della Farnesina avrebbero avuto la possibilità di raggiungere la scena del crimine in poche ore e che tutti, a quanto pare, avvertivano il rischio di inquinamento delle prove o temevano pasticci per mano della polizia locale. Monsignor Antonelli, tuttavia, non aveva digerito questa versione, per altro mai confermata; tanto più che mentre l’FBI aveva lasciato intendere di essere stato interpellato dall’Italia, né a Trento né a Roma nessuno aveva mai ammesso di aver richiesto un intervento americano, soprattutto alle sei di mattina, quando la notizia dell’omicidio non si era ancora diffusa più a nord dell’Equatore.
Mimiruk non ritenne utile cavillare su una disputa giuridica tra wazungu e proseguì per la propria strada. “Lei poco fa accennava alla risurrezione e ai riti di passaggio” osservò. “Father Dino Moser venne iniziato al clan Kikuyu, quando era parroco a Ol Moran. Quale fu la reazione della Chiesa cattolica?”
Antonelli la fece corta: “La sua vita privata non mi riguardava, fin tanto che non entrava in contraddizione con l’amore di Cristo, e non mi risulta che approfondire la conoscenza di ‘Ngai rientrasse in questo caso. O vuole forse sostenere, avvocato, che ‘Ngai è altra cosa dal Dio della Bibbia e dei Vangeli? Vuole dirmi che crede possibile l’esistenza di due dèi supremi in competizione tra loro? Mi appello al buon senso, fratelli, lasciamo l’alto dei Cieli sgombero dalla becera competitività di questa terra.”
Ma l’avvocato insistette: “Father Ferrara ha affermato che la vittima aveva perso la fede nel Dio della Bibbia.”
Il nunzio si prese una pausa, con l’occhio assorto in un punto nel vuoto. Ripensò con nostalgia alle lunghe conversazioni avute con Dino: ore di confidenze, scambi di esperienze e dispute che gli mancavano moltissimo. “Sorseggiavamo dell’ottimo tè verde nel mio giardino a Nairobi, un pomeriggio” raccontò, trasportato dall’affetto e dalla tenerezza. “Ricordo esattamente le sue parole, a proposito della fede. Mi disse: ‘Rick’, così mi chiamava, ‘ora che sono prossimo ai cinquant’anni ho perso il carisma della fede e non lo rimpiango. Non riesco più a pensare che ciò che credo, sento, penso e comprendo sia l’unica e definitiva verità. Forse sono troppo presuntuoso o troppo superbo, ma il concetto di fede non mi dice più niente. Certe cose le so, altre non le so. Punto.’ Limpido come il piscio di un bambino, no?”
Proprio come in un teatro, il pubblico in aula rise a applaudì. Antonelli sapeva parlare agli africani.
“Di quale fede parla avvocato?” proseguì. “La fede nel Dio misericordioso con la lunga barba bianca che dall’alto dei cieli protegge i figli che si comportano bene? Il Dio che sgocciola la sua grazia col misurino, come un farmacista tirchio? O il buon vecchio Dio con l’Alzheimer che, anima santa, soffre di gravi amnesie e si dimentica di far giungere a Nyahururu il nulla osta per la sepoltura di qualche centinaio di morti? O peggio, il Dio sadico e strapotente che mette alla prova le sue creature infliggendo loro prove intollerabili? Sì, avvocato, dopo il Saba Saba del 1997, come tutti ben sapete, la fede in quel Dio Moser l’aveva persa e lasciata andare, perché non sapeva più che farsene. Se ha peccato di superbia, a quest’ora ne avrà certamente fatto ammenda. Ma voi che lo amavate, dovreste sapere bene che Moser aveva rinunciato alla vecchia fede per lasciare posto nel suo cuore a misteri più profondi. Padre Moser era un uomo di Dio, un uomo di preghiera. Era risorto in un nuovo modo di intendere la fede, basato non più sulle richieste e sulla speranza che esse venissero esaudite, ma sulla creatività dell’anima, che egli applicava nella sfida sociale e politica. Sentiva che Dio stava cercando il lui una forma di espressione, come l’artista ha bisogno del pennello. Sentiva sulla propria pelle tutta la responsabilità verso questo Essere supremo, come se la stessa mente creativa che va plasmando l’universo puntasse in lui come persona il centro del compasso. Tra Moser e Dio c’era stato un incontro a tu per tu che aveva dato inizio ad una forma di amicizia creativa. Moser sentiva di aver trovato la propria religione, in cui l’infinito si manifesta nel finito e cerca l’uomo, perché ha bisogno del suo amore e della sua cooperazione. Dal cadavere della vecchia fede, in lui stava germogliando l’immaginazione che plasma il mondo, la straordinaria dote di interagire con le cose e di modificarle. Fra le qualità che Dino cercava in un maestro o in un Dio, l’immaginazione era quella che contava di più: la mente creativa, l’esuberanza della natura, la gioia della vita che si manifesta nella diversità delle forme. ‘Come è possibile qualcosa che non riusciamo ad immaginare?’ diceva. Quando lo lodavo per i suoi progetti sull’acqua, che consideravo frutti della fede, mi diceva: ‘Di fede ne occorre zero. Quello che ci vuole è immaginazione.’ Io fingevo di redarguirlo, quando invece lo capivo bene.”
A Mimiruk non restò che giocare la carta del peccato. Finalmente le croniste del gossip, le suore della missione, avrebbero avuto pane per i loro i denti. “A proposito di amore” dichiarò. “Pare che father Moser non praticasse la castità, che si fosse innamorato molte volte e sempre di donne diverse.”
Antonelli scosse il capo: “E’ falso.”
Al che l’avvocato della difesa balzò in piedi: “Monsignore, Lei è sotto giuramento! C’è qui tra il pubblico una donna che può affermare il contrario!” Detto questo, invitò miss Larsson ad alzarsi.
Non fu una mossa popolare. Anzi, come si diceva in gergo agricolo tra i Kikuyu come tra i contadini del Nord Italia, Mimiruk si diede una bella zappata sui piedi. Aggrappandosi alla gruccia, infatti, Jasmina – che di certo era stata inferiore al suo amante per statura, ma non per astuzia – ostentò grosse difficoltà a sollevarsi dalla sedia, sebbene soccorsa da almeno quattro uomini pronti a offrirle una mano. Il giudice ‘Ngomeba, colto da un incontenibile attacco di galanteria, le permise di restare seduta.
Il nunzio continuò serenamente a parlare, storpiando di proposito il nome del proprio interlocutore: “Signor Mirimuk, i Maasai di Nairobi sostengono che i Kikuyu sono degli ignoranti che non sanno contare nemmeno le capre. Io non ho mai dato retta a certe fandonie razziste, ma la prego, non me ne faccia pentire! Perché vede, due volte non sono molte. E mi risulta che padre Moser si sia innamorato due sole volte nella vita: da ragazzino di una conterranea, e da giovanotto, dopo i quaranta, della qui presente signorina Larsson, che egli ha amato teneramente fino al giorno della sua morte, senza mai discriminarla per razza, inclinazione o professione. La amava a tal punto da aver deciso di lasciare la Chiesa per sposarla.”
Tutta l’aula si levò in piedi di scatto, Wilma per prima, come se le sedie avessero preso fuoco. Dino aveva davvero scelto una cosa del genere? Abbandonare i suoi voti e la sua gente, la carriera di vescovo e i cantieri idrici di Laikipia? Dire addio alla Farm e ai suoi colleghi di sempre? E per chi, per una bagascia qualunque, per giunta storpia? Ad un qualsiasi altro testimone sarebbero piovute addosso uova marce; ma la voce del nunzio apostolico era inopinabile.
“Ebbene sì, sorelle e fratelli. Temo che father Dino non sarebbe mai diventato il vostro vescovo, nemmeno che se il destino fosse stato più clemente con lui. Povero me, mi mise proprio in un bel pasticcio. Mi comunicò la sua scelta giusto un paio di mesi prima di morire. Mi disse più o meno: ‘Come tutti i miei amici di Laikipia, e più di loro, sono un peccatore. Ho amato quando non avrei dovuto. Ora sono ferito e stanco, i miei incantesimi sono terminati e possiedo poche forze ormai. Voglio dedicare il tempo che mi resta alla donna che mi ha atteso per anni con la pazienza di una santa: in lei voglio riposare e ritrovare la pace per perdonare i miei nemici. Perciò chiederò ai miei Kikuyu di lasciarmi andare. Riconsegnerò loro la lancia del guerriero: ho combattuto, ho fatto fede alle mie promesse, non sono mai fuggito di fronte agli incarichi e alle responsabilità. Adesso però mi devono ridare l’anima. Mi devono sciogliere dal legame che lega un muanake alla propria grande famiglia e permettemi di invecchiare da muthuri. Anche tu, Rick. Liberami dai miei peccati, liberami da tutto, abbi pietà di me. Io imploro la loro indulgenza come la tua: lasciatemi andare.’ Accidenti che colpo. Ho avuto il piacere di conoscere miss Larsson. Il Signore mi perdonerà, ma quando ho saputo che entrambi avremmo dovuto comparire in tribunale oggi, non ho resistito alla tentazione di scambiare due chiacchiere con la donna per la quale il mio amico avrebbe rinunciato all’onore di servire questa formidabile comunità. Da alcuni anni ormai affido la cura dei miei acciacchi, ahimé, ai professionisti dell’Aga Khan Hospital. Non mi è stato difficile prendere contatti con la dottoressa Samadhi Larsson, la madre di Jasmina. E così, questa mattina ho dato un passaggio alla ragazza che Moser amava e alla sua incantevole famiglia. Abbiamo conversato in auto per quasi tre ore venendo a Nyahururu e sono sicuro che, se chiamata a deporre, potrà confermare le mie parole. Eccola lì. Io non parlo per esperienza, voi mi capite, saranno sessant’anni che non sbircio accuratamente una fanciulla, tuttavia... se l’occhio non mi tradisce, trovo che Jasmina Larsson valesse bene una svolta così radicale e non esente da dolore.”



I Kikuyu sarebbero stati indulgenti con la scelta di father Dino. Anzi, l’amore sincero per una donna non avrebbe fatto altro che accrescere l’affetto per il suo lato più umano; la gente dell’equatore non comprendeva appieno la necessità dei preti cattolici di rinunciare alle soddisfazioni della carne e soprattutto alla gioia di mettere al mondo dei figli. Molti Kikuyu da Ol Moran a Nyahururu erano più che certi che Dino e Wilma, sotto sotto, fossero stati marito e moglie; ora al massimo avrebbero aggiunto una seconda donna al quadretto familiare e questo non era certo un male: nulla di ciò che conduceva alla vita - e nulla di ciò che faceva lavorare la fantasia - era un male per i Kikuyu. Per i missionari wazungu invece la questione era un’altra. Data la carenza cronica di vocazioni, era sicuramente più auspicabile che un prete si sollazzasse nei bordelli piuttosto che mollasse una parrocchia per sposarsi. La decisione di Dino sarebbe stata ostacolata in ogni modo.
Marco concluse come sempre che il diavolo è donna. Wilma invece non aveva parole; guardando con disprezzo la vergognosa peccatrice in sari, borbottò soltanto: “Tira de più un pel de mona che un car de bo.” E Monsignor Antonelli continuò senza pudore: “Ora alcuni di voi mi diranno: father Moser era un uomo di Dio, non avrebbe dovuto cercare conforto tra le braccia di una donna. Ebbene no: non avrebbe dovuto. Non secondo i precetti della Santa Chiesa cui egli si era per libera scelta votato. Ma è di amore che stiamo parlando, fratelli miei. Sia nella mia esperienza di sacerdote che di uomo, mi sono ripetutamente trovato di fronte al mistero dell’amore e non sono mai stato capace di spiegare che cosa esso sia. Nell’amore si trovano il massimo e il minimo, il più alto e il più basso, e non si può mai parlare di un aspetto senza considerare anche l’altro. Non c’è linguaggio adatto a questo paradosso. L’amore non teme nulla e sopporta ogni cosa. Colui che ama sente il bisogno del prossimo e lo soddisfa gratuitamente, senza regole o vincoli, e senza chiedere di essere in cambio amato. «Se parlo le lingue degli uomini e anche quelle degli angeli, ma non ho amore, sono un metallo che rimbomba, uno strumento che suona a vuoto. Se ho il dono di essere profeta e di conoscere tutti i misteri, se conosco tutta la scienza e ho anche una fede da smuovere i monti, ma non ho amore, io non sono niente. Se do ai poveri tutti i miei averi, se offro il mio corpo alle fiamme, ma non ho amore, non mi serve a nulla.» Non c’è nulla da aggiungere a San Paolo. Perché noi tutti siamo gli strumenti dell’amore di Dio. Potremmo cercare di dare un nome all’amore, attribuendogli tutti gli aggettivi che abbiamo a disposizione, separando il lecito dall’illecito, il peccato dalla redenzione, formulando dei giudizi, su noi stessi e su chi ci sta accanto... ma saremmo sempre vittime di infinite illusioni. Se possedessimo anche un solo granello di saggezza, sospenderemmo il giudizio. Forse sarebbe una confessione di impotenza e di imperfezione, ma anche una testimonianza della nostra libertà di scelta tra la verità e l’illusione.”
Wilma e le consorelle bianche e nere incassarono senza emettere suono. Dopo una simile arringa, chi avrebbe più osato incolpare Dino di qualcosa? Perfino il giudice ‘Ngomeba sembrò profondamente toccato e ringraziò il monsignore per le sue preziose parole di saggezza. Ma Antonelli, da gran dissimulatore, replicò: “Oh Dio, no. Quando mi si dice che sono un saggio, mi rifiuto di crederlo. Alla veneranda età di settantadue anni, oggi sono a tratti compiaciuto e a tratti deluso di me stesso. Sono entusiasta, sconfitto, incerto. Sono tante cose insieme e non so tirare le somme. A volte, quando cammino per le strade di Nairobi e vedo schiere di giovani dal passo sicuro, penso: tutti sono chiari, io solo sono confuso. La triste verità è che sono un uomo vecchio. Così è la vecchiaia: stordimento e cilecca, della memoria e del corpo. Eppure ci sono tante cose che riempiono le mie giornate: il sole, le nuvole, il lavoro, la preghiera e la ricerca di Dio nell’uomo. Quanto più mi sento incerto con me stesso, tanto più si acuisce in me un senso di affinità con tutte le cose. Ormai tutte le persone che ho amato quand’ero giovane sono morte. Mia madre, mio padre e molti dei miei amici. Anche Dino Moser. Ma posso ancora rievocare la loro presenza attraverso la preghiera, e quella sete inesauribile di verità e di giustizia che le ha animate quand’erano in vita. In certe notti insonni, quando l’orologio fa tic-tac facendomi avanzare verso l’inesorabile, ecco, allora tutta la mia esistenza si riduce ad un solo essere con la mia anima e i miei ricordi e il canto degli uccelli notturni, e con la speranza di contemplare un’altra alba. Sono irrequieto e tormentato dai ricordi. Ma se la Corte si ostina a vedere in questo povero vecchio un uomo saggio, e se le parole di un saggio hanno il loro peso nello scagionare padre Moser dal fango che in questi tre giorni è stato gettato sulla sua vita, lasciatemi dire: Dino Moser ne combinava di guai, non era perfetto né accomodante, no che non lo era, e come se non bastasse, dicendo addio ai suoi voti mi stava mettendo in una posizione assai complicata. Ma non aveva nemici all’interno della Chiesa del Kenya. Personalmente lo stimavo moltissimo, di più: lo amavo. Lo avrei lasciato andare con la mia benedizione, facendogli i migliori auguri. La sua morte è stata per me una perdita incommensurabile.” Si concesse appena un secondo di pausa prima di rivolgersi alla platea di giornalisti. “Auspico che i reporter scrivano le cose come stanno, non che father Moser si infilava nei giacigli delle Samburu comprando i loro servigi col cibo, come insinuato e scritto da qualcuno che sembrava avere una fretta folle di archiviare il caso formulando spiegazioni di comodo. E prego di portare rispetto, perché qui tra noi oggi siede una donna legalmente nubile, ma il cui cuore da tre anni lacrima come quello di una vedova.” E quando stava già per lasciare il banco dei testimoni, sollevò l’indice destro per chiedere nuovamente la parola, come un vecchio smemorato dimenticatosi di dire qualcosa di importante: “Vostro Onore, se mi è consentito, vorrei richiamare l’attenzione della Corte su un particolare. Poco fa mi è stato chiesto dell’iniziazione. Ecco, a mio avviso, i dettagli scabrosi che hanno contrassegnato questo delitto sono fuorvianti: hanno portato taluni ad ipotizzare un tentativo maldestro di autoevirazione punitiva, taluni un assurdo delitto passionale. E’ interessante perché, notate bene, l’assassino o gli assassini hanno oltraggiato l’organo sessuale di Moser nel punto dove era visibile la sua circoncisione, e gli hanno tumefatto a calci la guancia sinistra, che portava il segno della rinascita iniziatica. A mio parere, il vilipendio del cadavere è stato un gesto dal preciso significato sociale, un atto di disprezzo verso ciò che Moser era diventato: un Kikuyu. Badate, non sto dicendo che il colpevole debba essere necessariamente qualcuno di etnia rivale, tanto più che – esclusi i Turkana - ogni etnia di queste parti pratica tradizionalmente la circoncisione. Ci può essere più di qualche Kikuyu incapace di accettare che un uomo bianco entri a far parte del clan e venga investito degli onori e oneri di un guerriero. Un bianco è un bianco. Il colore della pelle è un dato di fatto e il razzismo è un male difficilmente estirpabile dal cuore dell’uomo: può dormire per anni in seno ad una comunità, grazie all’educazione e all’istruzione può giungere al punto di essere quasi debellato, ma le recrudescenze sono sempre in agguato.”
Father Moser vittima di un episodio di razzismo inverso? ‘Ngomeba si grattò la fronte. Era stanco e non mostrò alcuna intenzione di voler approfondire i malsani motivi che avevano spinto l’assassino allo scempio del corpo. Visto che accusa e difesa avevano terminato con i teste, intendeva chiudere il processo entro sera, per poi lasciare alla giuria i giorni necessari per deliberare la sentenza di colpevolezza o innocenza.

Prima delle arringhe finali, Charles fu scortato in una stanza privata del tribunale da alcuni poliziotti, per evitare disordini ed eventuali aggressioni da parte della folla, provata dal caldo e dalla rabbia. Era chiaro a tutti che il procedimento penale non si sarebbe concluso con un’assoluzione: Charles sarebbe stato immolato e punito come unico colpevole; la pena di morte mediante fucilazione, per intercessione della Chiesa, non sarebbe stata eseguita, ma tramutata in carcere a vita. Forse non aveva agito da solo, o aveva ucciso per conto di qualcuno; forse la sua condanna avrebbe avuto poco a che fare con il concetto ideale di giustizia, ma era ciò che i Kikuyu si aspettavano e la giuria era composta per l’80 per cento da Kikuyu.
John Stanislaus ‘Ngomeba invitò accusa e difesa a concludere. L’arringa finale di David Esibi fu breve e incisiva. “Signore e signori della giuria” sospirò il pubblico ministero. “Siamo tutti stanchi e non abuserò della vostra pazienza. Un uomo, un sacerdote italiano di nome Dino Moser, è stato assassinato. Il suo autista Charles Magesa aveva un movente per uccidere; più persone hanno udito con le proprie orecchie le sue parole di risentimento. Inoltre, Magesa è stata l’ultima persona vista assieme alla vittima e l’unica persona avvistata sul luogo del delitto. Magesa non ha collaborato con la giustizia: si è trincerato in un ostinato silenzio. Ma la sua confessione è superflua. Egli è l’architetto, il mandante e l’esecutore di questo brutale omicidio. Ha fatto cadere in trappola father Moser, attirandolo nel luogo prescelto. Qui lo ha fatto inginocchiare per umiliarlo e lo ha percosso, con il calcio della pistola e con i piedi, senza pietà. Moser era un uomo di costituzione sana e di statura imponente, ma non è difficile immaginare come, con un’arma puntata contro, sia stato costretto a subire passivamente le violenze. E dopo avergli inferto gravi contusioni, tanto da sfigurargli il volto, Magesa gli ha sparato a sangue freddo sulla tempia destra, facendo sparire il bossolo e la pistola. Ma non gli è bastato. Ha voluto infliggere un ultimo sfregio all’uomo che tanto odiava. Così, con una lama rudimentale o peggio, signori giurati, con i denti, gli ha deturpato i genitali e si è pulito dal sangue sul suo fazzoletto. Forse father Moser non era un puro di cuore; certamente in vita ha commesso degli errori. Ma non meritava di morire in quel modo. Charles Magesa è colpevole di sequestro di persona, lesioni personali gravi, omicidio premeditato e vilipendio di cadavere. Chiedo pertanto la sua condanna al massimo della pena.”
Difendere Charles era stata una sfida disperata. Mimiruk considerava l’imputato un muto, un catatonico, un folle; non era mai riuscito ad estorcergli una confessione, né un minimo di confidenza. Aveva accettato l’incarico solo perché il compenso offerto dalla Chiesa cattolica gli avrebbe permesso di sfamare la propria famiglia per un anno, ma non si era affatto divertito a screditare un uomo morto per distogliere l’attenzione della corte dalle prove indiziarie a carico del proprio assistito. Giunto al termine di quelli che erano stati i tre giorni più faticosi della propria vita, Mimiruk lanciò così un ultimo titanico appello alla giuria: “Signore e signori, sorelle e fratelli. Charles Magesa nel 2002 ha commesso un grave sbaglio. Ha compiuto un investimento imprudente e ha contratto un pesante debito con la missione cattolica, che tuttavia stava cercando di pagare lavorando, malgrado i dirigenti della missione avessero degradato la sua posizione professionale. Ciò lo deprimeva e lo spingeva a trovare conforto nella bottiglia. Sotto l’effetto dell’alcol straparlava. Tuttavia, non siamo in possesso di un solo elemento che faccia pensare a Charles Magesa come ad un uomo violento: egli è sempre stato un marito fedele, un buon padre, un bravo agricoltore e un autista capace, che non ha mai insultato, minacciato, o peggio, alzato le mani contro il suo datore di lavoro. Oggi Charles Magesa non parla, signore e signori. Non nega di aver incontrato father Moser la sera del primo ottobre, né di aver camminato nei dintorni del luogo del delitto. Non nega perché non ha più proferito verbo dal giorno del suo arresto. Forse teme per la sua vita e per l’incolumità della sua famiglia. Perché Charles Magesa ha visto qualcosa di tremendo quella notte, qualcosa che lo ha terrorizzato. E non sapremo che cosa finché egli non vorrà dircelo. Per queste ragioni, mi appello alla vostra coscienza e alla vostra responsabilità. Quest’uomo è un Kikuyu, un buon cristiano, un nostro fratello. Ritenete giusto sacrificarlo come capro espiatorio? Crocifiggere un innocente? Trasformare la vittima in carnefice? E tutto questo perché la comunità ha l’urgente bisogno di chiudere al più presto la vicenda e dare un nome, un cognome e un volto al feroce assassino? Charles Magesa non nutriva simpatia per father Moser, ne aveva tutte le ragioni, ma questo non costituisce un valido movente per uccidere. Perché se il rancore è un movente, che dire di tutti quei giovani impiegati come volontari nei progetti umanitari della missione, usati per anni, senza mai essere assunti? Che dire dei mariti delle donne che father Moser può aver sedotto, grazie ai suoi soldi e al suo fascino di uomo sano dalla pelle bianca? Che dire dei Samburu e dei Turkana a cui egli aveva negato il pane? Che dire di coloro che a causa sua ci avevano rimesso negli affari, come mama Rose Mocenigo? Che dire dei preti scomodi che egli aveva allontanato da Laikipia, come father Egidio, esiliato ai confini dell’Amboseli? E che dire, signore e signori, di tutti coloro che in quegli anni bazzicavano gli ambienti di potere e che avrebbero tratto beneficio dalla scomparsa di father Moser, come i ministri del governo Moi che egli intendeva denunciare al tribunale dell’Aja? Altri elementi dovrebbero farvi sorgere più di un ragionevole dubbio. Perché Charles Magesa avrebbe dovuto condurre la sua preda alla prigione, col rischio di essere visto dai poliziotti? Perché l’agente di guardia alle carceri quella notte è stato ucciso? Perché l’FBI ha scelto di depistare le indagini archiviando il caso come suicidio? Perché, assieme alla pistola e al bossolo, è sparito anche il proiettile? E perché il deplorevole oltraggio del corpo? A meno che non si sia trattato di un morso, che fine ha fatto la lama o la pietra insanguinata? Io non conosco la verità, sorelle e fratelli. Non so se Dino Moser è stato vittima di una vendetta privata, di un omicidio passionale, di un’esecuzione politica o di un delitto a sfondo etnico. Quello che so è che contro Charles Magesa sussistono solo prove indiziarie. Non c’è un solo testimone che l’abbia visto premere il grilletto; l’arma, e quindi le impronte, non sono state rinvenute. Charles Magesa ha una moglie e tre figli che l’aspettano. Chiedo per lui la piena assoluzione e la reintegrazione lavorativa alla missione cattolica, indispensabile al sostentamento della sua famiglia.”

Anche il giudice ‘Ngomeba tenne un breve discorso conclusivo, accomodante per tutte le parti. Per anni aveva assistito impotente allo stallo della propria carriera giuridica sotto il governo Moi e alla scalata al potere di molti colleghi corrotti. Un’indagine svincolata dai torbidi giochi politici era una straordinaria innovazione per il Paese. Malgrado tutti i limiti del caso, malgrado le indagini svolte in maniera forse troppo frettolosa e per certi versi dilettantesca, malgrado il lungo tempo trascorso dal giorno del delitto, le testimonianze frammentarie, le prove meramente indiziarie, i dubbi sul movente e sull’orchestrazione del crimine, la mancanza dell’arma e del proiettile, e malgrado la possibile alterazione degli elementi probatori da parte dell’FBI, quello per l’omicidio di Dino Moser era stato il suo primo importante processo da giudice libero: un processo regolare, svoltosi con sufficiente correttezza da parte di tutti. ‘Ngomeba volle sottolinearlo. “La corruzione nel nostro Paese negli anni scorsi ha toccato livelli molto più profondi del chae preteso dai poliziotti ai posti di blocco” ricordò con disgusto. “La polizia è stata complice e connivente dei criminali, ha orchestrato la sparizione di persone scomode, ha occultato le prove negli omicidi politici. Fino a due anni fa i mandanti e gli esecutori di un crimine, se facoltosi, erano certi di uscirne impuniti. ‘Perché pagare un avvocato quando puoi comprare un giudice?’ si diceva. Nel discorso pubblico alla Nazione in occasione dell’Indipendence Day del 12 dicembre 2002, il presidente Arap Moi ha osato chiedere perdono per gli errori commessi. Gli è stato risposto che il perdono può essere concesso solo dopo la confessione dei propri peccati. Il presidente ha chiesto l’assoluzione, ma non ha saputo dire perché sentiva il bisogno di essere perdonato, né quali fossero i propri peccati. Oggi le cose sono cambiate. In quest’aula di tribunale tutti hanno avuto la parola, ricchi e poveri, potenti e indifesi, celebri e anonimi. Chi ha peccato per la morte di father Moser pagherà per la propria colpa, perché così vuole la giustizia umana. Auspico che in futuro avremo anche una confessione e un’ammissione dei peccati, perché solo così l’assassino potrà ricevere la grazia del perdono.”

Dopo la conclusione del giudice, l’aula giudiziaria a poco a poco si svuotò, lasciando nell’aria scie di sudore e di tabacco. La giuria si ritirò per formulare il verdetto. Rose Marie, con il figlio più piccolo sulle spalle e i due gemelli appresso, si avvicinò al personale della missione; strinse a lungo la mano di sister Wilma, ringraziandola di cuore per aver sostenuto le spese della difesa. Poi si incamminò a piedi verso il matatu che l’avrebbe riportata a Engelesha. Camminava ancora ricurva su un fianco, sopportando in silenzio i segni indelebili dell’ultimo parto.

Intanto, la folla si accalcò attorno alla mercedes del monsignore in abito nero e purpureo, indossato non a caso, ma con la certezza che la veste formale sarebbe stata apprezzata dai Kikuyu. Giornalisti locali, preti italiani e polacchi, suore bianche e africane, semplici cittadini, tutti volevano stringergli la mano e salutarlo, prima che scomparisse nella grande auto scura di ritorno a Nairobi. Mi buttai anch’io nella mischia, senza sapere bene cosa dirgli, forse niente di particolare; forse volevo solamente guardarlo negli occhi, anzi nell’occhio. Ma nella baraonda di quegli attimi, accadde qualcosa di tremendo. La verità si aprì un varco nella mia sonnolenta esistenza e lo fece nel modo più irruento.
Una bambinetta bruna che giocava a mimetizzarsi tra la folla, gettando a terra tutti i fiocchi e i fermagli che aveva tra i capelli, mi venne addosso di corsa, sbattendo la testa sulle mie cosce. Non ero bravo a dare un’età ai bambini, ma quella soave faccina incorniciata da ribelli boccoli scuri era proprio giovane. Alzò gli occhi verso di me e si fermò. Mi cinse le gambe con le sue piccole braccia, mi sorrise e, con lo sguardo più intelligente del mondo, mi disse: “Dad!”
Colto alla sprovvista, mi rivolsi a lei in Italiano, come se avessi di fronte un adulto, obiettando: “No, piccola, hai le idee un po’ confuse.”
Ma il suo sorriso di dentini da latte non mutò per nulla. Stringendomi ancora più forte con le sue tenere e perfette braccine da bambola, ripeté senza ombra di dubbio: “Dad!”
D’istinto le accarezzai la nuca. Lei piegò la testa, roteandola dolcemente, per assecondare il gesto della mia mano. Una scarica di adrenalina mi attraversò la spina dorsale come una scossa elettrica. Il taglio dei suoi occhi marroni e arguti mi turbò a tal punto che il cuore mi si rigirò nel petto, il tempo mi rallentò intorno e le connessioni del mio cervello si incepparono; incominciai a sentirmi l’ultimo della classe, una marionetta disarticolata tra i fili intricati della vita, una testa di legno ofuscata tra tante menti limpide, come il nunzio diceva dei vecchi.
Una donna indiana piuttosto anziana dalla pelle bianca, forse mezzosangue, vestita in casacca panjabi verde acqua e ornata di fini gioielli in filigrana d’oro, la afferrò per un polso, strappandola alla presa delle mie gambe. “April, come!” ordinò, mentre la creaturina disubbidiente cercava di divincolarsi. La signora era troppo elegante per essere una semplice bambinaia; probabilmente era la nonna. Si scusò molto con me, chinando il capo e congiungendo le mani in segno di namaste, alla maniera indiana, prima di essere fagocitata dalla folla assieme alla sua piccola monella.
Spintonato e strattonato dalla calca, frastornato dai barlumi di intuizione di chi si sveglia bruscamente dopo un lungo comodo sonno, ancora imbambolato dallo sguardo di quell’insolita vispa bambina che mi aveva abbracciato e chiamato per due volte papà, scongiurando l’improbabile buon vecchio Dio con l’Alzheimer che si fosse sbagliata, che volesse dire Dan e non Dad – e non mi sarebbe importato di come una sconosciuta indiana in fasce potesse sapere il mio nome – riuscii a raggiungere il nunzio proprio nell’istante in cui stava per salire in macchina e in quell’attimo fugace gli farfugliai qualcosa. Qualcosa del tipo: “Lei non mi conosce, ma voglio comunque ringraziarLa per le Sue parole sull’amore.”
Attrassi la sua attenzione. Monsignor Antonelli esitò prima di adagiarsi sul sedile anteriore della mercedes. Dimenticò il rombo caldo del motore, le gomitate della gente, le mani da stringere e le testine da baciare. Inaspettatamente, avvicinò le labbra al mio orecchio. Il suo alito caldo odorava di tabacco da pipa. “Certo che ti conosco!” esclamò. “Tu e tuo padre siete due gocce d’acqua.”
Mio padre? “Conosce Gigi Merlin?”
Con gli occhi vispi e asimmetrici per la malattia infantile e l’aria di un bambino che aveva appena combinato una marachella, si voltò verso il sorriso ammaliante di Jasmina, che lo attendeva nel sedile posteriore dell’auto: “Oops. He doesn’t Know” le disse. Lei finse di redarguirlo, senza sforzarsi troppo di nascondere il piacere tratto da quel gioco. Al suo fianco, sedevano l’incontenibile April e l’elegante signora indiana: sua figlia e sua madre.
Nel frattempo, sister Antonilde si era cambiata gli occhiali per riuscire a rispondere al telefonino della parrocchia, che squillava insistentemente da alcuni minuti; premuto il tasto verde, ora si affannava a capire a chi appartenesse la voce dall’altro capo, ripetendo con il suo incofondibile angloveneto: “Who is speaking? Who is speaking?” Finché, con un tempismo da manuale, mi tirò per una manica: “Federico! Era la segretaria della scuola elementare di Ol Moran. Mi ha detto di dirti che Ekiru ti aspetta là domani, adesso che il processo è finito.”
Dimenticai le buone maniere e la spinsi indietro, lasciandola soffocare tra la folla. Esausto, esalai le sole parole che mi vennero in mente: “Io e mio padre siamo l’opposto. Io sono fiacco e acciaccato.”
Antonelli allora mi schiaffeggiò la guancia destra con energia, quasi volesse cresimarmi. “Ebbè?” protestò. “Curati, no!?” Detto questo, mi baciò sulla fronte, mi augurò buona fortuna e salì in macchina, raggiungendo le sue tre singolari accompagnatrici. Chiuse la portiera e l’autista ingranò la marcia. La sua auto nera sparì all’orizzonte in direzione Nairobi, seguita da una seconda macchina con a bordo tre uomini armati: Antonelli da anni era costretto a girare con la scorta.
Io rimasi solo con il mio indefinito passato, col tumulto dei miei pensieri, senza più risorse, mozzato dall’innocente sincerità di una bambina, beffato dal destino e dalle persone su cui avevo riposto la mia ingenua fiducia. Finalmente cominciavo a capire, dopo trent’anni romanticamente trascorsi a caccia del volto che avevo prima che il mondo fosse creato. In testa mi si accavallarono lezioni di biologia, schemi genetici dei piselli di Mendel, gli occhi azzurri di Gigi sul grembiule nero da lavoro, lo sguardo glaciale di Bianca che troppe volte mi aveva immobilizzato, il costume da angelo con le ali di plastica, la freschezza di Jasmina intenta ad esplorami delicatamente il viso con la punta delle dita; e la faccia attonita di Dino, dopo che gli avevo detto: “Ho sognato il fantasma di mio padre.”
Alle mie spalle, le croniste rosa di Nyahururu non avevano perso un istante e la saga del pettegolezzo si era già messa in moto. Le caste comari della missione avevano appena assistito ad un fatto che non poteva in alcun modo lasciarle indifferenti: una nota prostituta di Nairobi, già colpevole di aver corrotto nel corpo e nell’anima il compianto father Dino, si era avvinghiata alle mie spalle davanti ad una platea di centinaia di persone; come se non bastasse, sua figlia – di cui nessuno prima di allora aveva mai saputo nulla – mi aveva chiamato papà. Marco mi appoggiò un braccio attorno al collo. “Daniel, ma allora sei mona!” mi disse con voce meravigliata. “Perché cazzo hai ingravidato una troia? Per consolarla del suo lutto? La vedova allegra con gli occhioni dolci può anche commuovere quel vecchio rincoglionito del nunzio, che ormai, l’hai visto, è più demente dei suoi cicisbei Maasai di Nairobi. Ma guarda che qua non si commuove nessuno. Sei nella merda profonda, te lo dico io.” E indicò Wilma, che si era messa a parlare da sola guardando le nuvole del cielo e rievocando con nostalgia la cultura contadina del maiale: “I porsei masci bisogna castrarli da bocia, se no co’i vien grandi la carne no’a xe bona.”
Ingravidato una troia. Non sapevo se ridere o se scappare. Chiesi soltanto una cosa: “Marco, tu che sai sempre tutto. Chi è Ekiru?”

12. UNA CAREZZA A JASMINA

Jasmina era il nome femminile del fiore di gelsomino; il nome di una donna perdutamente innamorata per un’innocente carezza sul viso. Trattandosi di una ragazza ricca e annoiata della Nairobi bene, Dino l’aveva incontrata la prima volta armato di pregiudizio, convinto di vedersi costretto a darle una rastrellata sulla testa per spiegarle cosa significasse alzarsi presto al mattino e sudare sul lavoro. Invece era finito ad accarezzarla con cura materna, con la tenerezza che avrebbe dedicato ad una bambina.

Nel 1992 father Dino non era ancora stato iniziato al clan Kikuyu, ma essendo parroco di Ol Moran le vicende della comunità lo riguardavano molto da vicino. I periodi di siccità, le faide interetniche e la malaria mietevano parecchie vittime ogni anno, lasciando sulle shamba decine di orfani. Molti di loro venivano adottati dai parenti più prossimi; altri, rimasti completamente soli, erano destinati a cadere nelle reti della prostituzione minorile o a divenire bambini di strada senza speranza di riscatto, alloggiati nella lercia e caotica stazione dei matatu di Nyahururu a sniffare colla e mendicare scellini. Per ragioni inspiegabili, inoltre, il governo Moi aveva posto un veto inderogabile sulle adozioni internazionali degli orfani kenioti. Così, un giorno, il maestro della scuola elementare di Ol Moran, un giovanotto di nome Ekiru, chiese aiuto al suo amico parroco. “Quand’ero ragazzo, i miei genitori lavoravano al servizio di una ricca famiglia indiana del Kirinyaga” spiegò. “Gente buona, che pagava bene e ci portava rispetto. Hanno parenti importanti a Nairobi: una loro cugina, una donna medico, ha sposato l’ambasciatore di Svezia, sai, quella fredda Nazione che sta sopra l’Inghilterra. Gli ha dato una sola figlia, una femmina leggera: lei viaggia, guida la macchina, si accompagna con un impiegato del consolato d’Uganda e gli dà una mano in ufficio.”
Ekiru solitamente era un uomo diretto. Quando partiva da molto lontano prima di arrivare al dunque, era sempre per chiedere qualcosa di impegnativo. Dino lo conosceva bene e cominciò a prenderlo in giro: “La cugina della tua ex-datrice di lavoro ha una figlia leggera fidanzata con un impiegato del consolato ugandese. Però, interessante. Non vedo l’ora di conoscere il seguito.”
“Lei ama un uomo dopo l’altro. Non vuole prendere marito. Gli uomini la chiamano Joy, tu capisci perché?”
“Immagino di sì, buon per loro, ma cos’ha a che fare tutto questo noi?”
“Lei può convincere il suo amico del consolato a procurare documenti falsi: se i nostri orfani figurassero profughi ugandesi, potrebbero essere adottati all’estero, in Svezia per esempio.”
“Ah, adesso capisco. La tua immaginazione non ha eguali. Complimenti, maestro.”
Ma in quel caso nemmeno l’ineguagliabile immaginazione di un Kikuyu sarebbe bastata. Per questo Ekiru si era rivolto all’amico cattolico. “Father Dino, tu hai bella presenza” notò. “Sei un uomo bianco della Chiesa e la Chiesa è rispettata da tutti.”
“Certo, come no? Beato te, Ekiru.”
“Tu vai a Nairobi a parlare con questa giovane donna. Se le piaci, lei ti procurerà i documenti per i nostri bambini.”
“Ci aiuterebbe solo perché le piaccio o perché i suoi parenti sono tuoi amici? Non potrebbe invece volere qualcosa in cambio? Guarda che io non ho denaro per corrompere nessuno.”
“Lei non vuole denaro. Fa queste cose perché le piace così.”
“Procura documenti falsi per puro divertimento? Oh, bene. Adesso sì che la soap si fa intrigante. Sai, mi ricorda quei miei coetanei di famiglia benestante padovana, figli di commercialisti e avvocati, che per fare un dispetto al papà scendevano in piazza negli anni ’70 autoproclamandosi contestatori. Certa gente la prenderei a pedate: li metterei tutti a spaccar legna e poi vedi come rigano dritto, altro che contestazione. Buffoni. Hai delle conoscenze interessanti, Ekiru.”
“Anche tu, father.”
Per nulla convinto di fare la cosa giusta e non senza imbarazzo, Dino si recò comunque al consolato d’Uganda di Nairobi in veste di portavoce dei Kikuyu di Ol Moran, per incontrare la viziata signorina che, a detta di Ekiru, si eccitava a correre inutili rischi anziché trovarsi un marito.

Pur non aspettandosi la visita di un prete, la scabrosa figlia di papà lo accolse gentilmente nell’ufficio dell’amante ugandese; ascoltò con pazienza e attenzione le richieste dei Kikuyu. Proprio come previsto da Ekiru, assicurò tutto l’aiuto richiesto e anche di più, senza pretendere nulla in cambio. Dino restò ammutolito di fronte a tanta cortesia; le buone maniere e i modi delicati erano finezze che aveva dimenticato, dopo tanti anni di lavoro nell’aspra e polverosa Laikipia del nord. Abituato all’esuberanza delle Kikuyu, gli pareva così insolito dialogare con una donna adulta che parlasse a voce bassa e lo ascoltasse senza interromperlo. Ma non era solo una questione di etichetta. Jasmina Larsson era la più bella donna che avesse mai visto, la persona più perfetta che gli fosse apparsa davanti. Indossava una sari di seta cangiante, un bindi sulla fronte e dei braccialetti di vetro; le sue mani delicate terminavano in lunghe unghie rosse di henna, assai particolari, dipinte con minuscole ali di farfalla e piume di pavone in miniatura. Profumava di una fragranza pungente che egli, non intendendosene di donne e dei loro modi di ornarsi, non sapeva riconoscere, ma che trovava irresistibilmente gradevole. Di fronte al suo metro e ottantotto centimetri, il metro e sessanta scarso di quell’Indiana dall’aroma di fiore e dagli occhi turchesi lo interì immensamente, come l’avrebbe intenerito il corpo di una fanciulla. Sarebbe rimasto col sedere incollato sulla sedia a guardare quella soave creatura per l’eternità. E quando gli accordi per gli orfani erano ormai presi e venne il momento di alzarsi per uscire dall’ufficio, d’istinto si voltò verso di lei, allungando la mano destra sul suo viso. Era un gesto che faceva spesso con le donne e con i bambini. Una semplice carezza sulla guancia per dirle grazie, nulla di più.
Ma Jasmina ebbe un brivido. Si portò la mano alla bocca e spalancò gli occhi come se avesse visto un fantasma, scoprendosi un’anima persa a fluttuare sulle acque di un universo di eventi inspiegabili. In un attimo, l’alito caldo degli dèi, leggero e volatile, con una carezza insufflò la vita sulla polvere delle sua ossa, mettendola al mondo come per la prima volta. Perché il dono di quella carezza? Perché dopo una prolungata arsura le nubi si fanno grondanti di pioggia? Perché nidificano le aquile delle colline? Perché è rosa il fenicottero del lago Baringo? Gli dèi soffiarono liberi senza un motivo, quel giorno al consolato d’Uganda. Jasmina se ne stava lì, incredula di fronte a quel ragazzo bianco venuto da Laikipia, splendido come una statua dei santuari di Kajuraho, e non aveva risposta. Non sapeva spiegare come una gemma potesse spuntare da un ramo secco: il cielo tuona senza un perché, l’ibisco fiorisce quando è il suo momento. Quel giovane uomo l’aveva accarezzata perché gli andava di farlo, senza sotterfugi o doppi fini.
Le parve di tornare alla quiete polverosa di prima quando Dino ritrasse di scatto la mano, temendo di aver compiuto un gesto inopportuno. “Cosa c’è?” le chiese.
Lei rispose con gli occhi lucidi di pianto e la voce tremante: “Niente di grave. E’ solo che, dopo i miei genitori, nessuno aveva più avuto per me un po’ di tenerezza.” Chinò il capo, come ogni donna orientale ben educata di fronte ad un uomo, e ammise: “Mi vergogno.”
Stava scherzando? La sua ilarità nel saltare da un letto all’altro era solo una delle tante fantasie di Ekiru? Dino lasciò trapelare il proprio stordimento. Jasmina allora rise e si rilassò. “Gli uomini non mi accarezzano” spiegò. “Per gli uomini la tenerezza è una perdita di tempo.”
All’epoca, da buon prete cattolico, father Dino era tanto scaltro sul lavoro quanto ingenuo nella vita privata. Quand’era piccolo, i suoi genitori non erano stati avidi di affetto, malgrado le mani ruvide e callose da boscaioli. Infinite volte si erano baciati davanti a lui; altrettante volte suo padre se l’era caricato in spalla, lo aveva coccolato arruffandogli i capelli, per poi portarlo con sé sulla ridola per i vasti boschi della Val Vanoi. La tenerezza una perdita di tempo? Gli uomini della famiglia Moser non l’avevano mai messa in quel modo e i bambini erano cresciuti sereni, le donne erano invecchiate gratificate e felici. Così, divenuto adulto, il father di Laikipia adorava coccolare le persone: per lui era qualcosa di spontaneo e innocente, come giocare con i bambini. Dino era un uomo passionale senza malizia, che ai tempi di Ol Moran la sera rincasava talmente stanco da addormentarsi appena posata la testa sul cuscino. Andare a donne non era nei suoi pensieri. Sembrava non rendersi conto che, con la sua prestanza da guida alpina, in Africa non sarebbe passato inosservato neanche mettendocela tutta. Il suo tenero modo di atteggiarsi con le donne e con i bambini negli anni avrebbe finito col suscitare chiacchiere e alimentare fantasie. Più di qualche ragazza disperata gli si sarebbe offerta in cambio di cibo, scoprendo i seni al suo passaggio; egli avrebbe sempre declinato senza farci troppo caso. Di sicuro avrebbe prestato maggiore attenzione ai malintesi di natura sessuale se avesse potuto prevedere che da morto, nel rapporto dell’FBI, sarebbe finito col fare la figura dell’approfittatore di bambine ucciso dai propri sensi di colpa.
Così, quella sera al consolato d’Uganda, Dino non afferrò all’istante il semplice concetto di essere un bel uomo in compagnia di una bella donna. “Vieni qua” le suggerì dolcemente.
Jasmina, che era per metà svedese, di tipi nordici coi denti dritti e la mascella simmetrica ne aveva conosciuti parecchi, ma il calore sprigionato da quelle mani era un’altra cosa. Estasiata, si lasciò accarezzare di nuovo il viso, e quando abbandonò la testa, rilassando e roteando il collo, lui si sentì talmente investito del compito di regalarle tenerezza che si offrì perfino di accompagnarla a casa fino a Thika, a oltre un’ora da Nairobi, perché quella sera non le andava di rientrare a Hurlingam.

In macchina, il prete notò i cambiamenti repentini su quel morbido corpo svelato dalle pieghe della seta, ma non seppe o non volle interpretare la nuova luncentezza della pelle e il gonfiore delle labbra; e quando le vide i capezzoli farsi all’improvviso piccoli e turgidi sotto le trasparenze della blusa di sari, le chiese se aveva freddo. Arrivò a dirle: “Hai un buon profumo.”
“Muschio bianco” mormorò lei.
Sulla veranda della casa di Thika, Jasmina si appoggiò al petto del suo accompagnatore con ritrovata sicurezza e un sorriso colmo di promesse, ammaliandolo con le proprie arti magiche. “Oggi ho incontrato l’uomo con cui trascorrerò il resto della mia vita” confidò, dandogli un bacio sul collo. “Ma non dirlo a nessuno, perché è già impegnato.”
Alla tenera età di quarantadue anni, father Dino aprì gli occhi. Colto dal panico, cercò di defilarsi, ma lei lo afferrò per la cinta dei pantaloni, tirandolo verso di sé.
Dino aveva amato una donna soltanto, molti anni prima, spinto più dalla curiosità che dalla passione: una ragazza scolpita nella pietra, alta e spigolosa, dai modi taglienti e dalle idee ben chiare, che si era presa ciò che desiderava senza chiedere, facendolo sentire un oggetto qualunque, un sasso bagnato tra i tanti sul fondo della cascata di Thompson, e incutendogli l’idea che la carne femminile non fosse poi un piacere così irrinunciabile. Si era imposto ‘mai più’, deciso a rispettare le promesse fatte a Dio, ai suoi fedeli e alla comunità Kikuyu: mai più donne, rimorsi o rimpianti. E grazie al lavoro, ci era riuscito senza troppa fatica. Ma l’amore di Jasmina fu un’arma di seduzione inarrestabile che in una sola sera fece scomparire i sensi di colpa, gli impegni professionali, i buoni propositi e i pochi, deludenti amplessi di quand’era ragazzo. Rimase soltanto quella soave sagoma di seta e di pelle sudata. Le oppose resistenza con ogni forza residua, non per il voto di castità, no: quello era ormai annientato dall’odore della sensualità che il corpo di lei trasudava. Piuttosto perché la vedeva piccola. Tutto quel piccolo corpo era disegnato da una soffice linea curva, senza spigoli o interruzioni: i boccoli dei capelli, le guance, il mento, il collo, i seni sodi e rotondi come frutti maturi, l’addome scoperto dalla blusa corta, le ondulazioni che la gonna sari assumeva sui suoi fianchi e giù, fino alle unghie dei piedi che spuntavano dai leggeri sandali di cuoio, con la punta smussata e la suola bassa. Jasmina era meravigliosamente armonica e rotonda, come una miniatura indiana. Pur essendo prossima ai trent’anni, quella ninfa di gelsomino era così piccola e delicata. Prenderla e farla sua avrebbe sciolto l’incantesimo di tanta grazia e dolcezza; il solo pensiero di violarla, di commettere errori e di macchiare una simile perfezione lo paralizzava come una statua di sale. “Non posso” le confessò, confuso e terribilmente stanco per il conflitto che gli stava esplodendo dentro, facendo ben attenzione a non muoversi, perché il desiderio era tale che sarebbe bastato un cenno a scatenare l’irreparabile.
Jasmina, abilmente, gli girò sulla nuca il piccolo crocefisso di legno, liberandogli il petto. Ah già, sono un prete – sembrò ricordarsi lui, che tuttavia precisò: “No, non è per questo. E’ che... tu sei piccola.”
Lei sgranò gli occhi.
“Mi capisci? Ho paura di farti male. Guardami: sono soltanto un rude montanaro con la pelle indurita dal sole e dal vento. Dalle mie parti il muschio lo mettiamo nel presepe. Le mie narici sono buone solo a fiutare un escremento lasciato dal leopardo nelle shamba o l’odore dell’aria quando sta per piovere sulla savana. Dammi retta, non vado bene per te.”
Gli si seccava sempre la gola ricordando il modo in cui Jasmina si era messa d’impegno per convincerlo del contrario. Dopo aver chiuso a chiave la pesante porta in legno massiccio, la morbida Joy accese due bacchette d’incenso profumato al sandalo e una candela a strati colorati sotto l’icona di Siva Nataraja, il Dio danzante dalle tante braccia, trionfante sul suo piede sicuro intento a schiacciare il mostruoso nano dell’ignoranza.


“Tu sei religioso” gli sussurrò. “Dovresti saperlo: Dio non fa mai sbagli.” Si slacciò la fibbia attorno alla vita e la sari scivolò a terra. Stordito da quella magnifica nudità, Dino si lasciò cadere all’indietro, su una sedia qualunque, mentre i polmoni gli si incendiavano da dentro e il sangue gli bolliva nelle vene. Gli duoleva ogni parte del corpo, in un modo che non gli era mai capitato. Lei gli afferrò con delicatezza la mano destra, portandosela tra le cosce leggermente divaricate, sotto le soffici mutandine grigio perla, iniziandolo a una femminilità nuova, paziente, umida e profonda, mai immaginata prima. Respirandola, il suo intero essere si inebriò dell’odore di cera, di muschio, di sandalo e di donna.
Quanto avvenne in seguito, ai piedi dell’impressionante danza di Siva Nataraja, faceva parte delle delizie che Dino non raccontava agli amici. Ma da quella notte, per lui ci sarebbe stato un solo posto in cielo e in terra in cui i suoi sensi avrebbero esultato all’unisono con l’anima: quel luogo era il nome di un fiore, era comprensione e dolcezza, era la sua piccola donna fatta di cuore e di ventre, di occhi e di mani, di calore e di fluidi. La sua dura scorza di montanaro avrebbe giocato infinite volte a lasciarsi graffiare da quelle dieci unghie rosse finemente decorate di piume e minuscole ali di colori sgargianti, che Jasmina si decorava da sola, pazientemente, con smalti, collanti, adesivi millimetrici e minuscoli pennelli. Non sarebbe esistito nel mondo un rifugio più accogliente di quella morbida pelle di oli essenziali e fragranze esotiche. Nella villetta di Thika, tra i petali di rosa sparsi sulle lenzuola, egli l’avrebbe coperta di baci, annusandola, mordicchiandola come per mangiarsela e sussurrandole il Cantico dei Cantici: “Sei bellissima, amica mia, sei perfetta. Vieni con me, fuggi da queste tane di leoni e di leopardi. Mi hai preso il cuore con un solo sguardo, con una sola perla della tua collana. Il tuo amore, sorella mia, è così bello, più dolce del vino. Il tuo profumo è il più gradevole di tutti gli aromi. Le tue labbra sanno di miele, la tua lingua ha il sapore del miele e del latte. Sei un giardino recintato e chiuso, una sorgente inacessibile. Le tue bellezze nascoste sono un giardino di melograni, con piante di cipro, nardo e zafferano, cannella e cinnamomo, incenso, mirra e aloe, e tutti i profumi più rari...” L’avrebbe amata ripetutamente in tutti i modi che più le piacevano, fino allo stremo delle forze; poi l’avrebbe lavata, avvolta in una calda coperta di lana Maasai e stretta a sé, baciandole ancora i capelli, massaggiandole le spalle e la schiena fino a farla cadere in un sonno spensierato, con il corpo più molle di un pane bagnato nel latte. L’avrebbe curata come una creatura appena uscita dal grembo materno, una dèa bambina, una brocca di cristallo prezioso da maneggiare con cura.

Nella vita di ogni giorno, quando il suo amante non vegliava su di lei, Jasmina era tutt’altro che una brocca di cristallo. Chiudeva a chiave nella casa di Thika ogni bisogno di tenerezza, di poesia, di baci, di candele profumate e di massaggi rilassanti. A Nairobi, dove si affilava le unghie, la sua ostinazione era più dura di una roccia lavica. In pochi anni, Joy fece adottare in Scandinavia centinaia di orfani di Laikipia. Nell’appartamento di Hurlingam diede una festa dopo l’altra, ricevendo uomini di una certa influenza che, con una generosa scollatura davanti, due bacchette di incenso afrodisiaco e qualche bicchiere di champagne, erano sempre ben disposti a parlare di politica. Pur di sfilare indiscrezioni sulle mosse delle alte sfere, Joy si prestava volentieri a farsi infilare una mano nel seno da un grasso Kalenjin ubriaco o a masturbare sotto la tavola da pranzo un maiale inglese di mezza età. Se poi gli ospiti erano funzionari governativi, gente davvero importante, valeva la pena fingere di cadere ai loro piedi e trascinarli nei giochi della sua camera da letto; in quel modo aveva accesso alle agende tascabili, alle telefonate al cellulare nel cuore della notte, alle confidenze sussurrate all’orecchio dopo il piacere, in quei brevissimi attimi di assoluto vuoto mentale in cui all’uomo di turno avrebbe potuto chiedere qualunque cosa ed egli, estasiato, le avrebbe risposto dicendole solo la verità e dimenticandosene subito dopo.
Grazie alla spudoratezza di Joy, Dino era costantamente informato sulle intenzioni del governo. Deprecava i suoi metodi, inorridiva al pensiero che degli assassini corrotti e senza scrupoli la toccassero e viveva in costante pena per lei. Joy giocava sul filo del rasoio, infiltrata come una spia tra le pieghe delle lenzuola di individui spietati e potenti; quanto sarebbe durata senza fare un passo falso? Eppure, anno dopo anno, non trovò un solo valido modo per fermarla o per metterle paura. Mille volte le disse basta, altrettante volte se ne andò sbattendo la porta e giurandole di non tornare mai più. Tentò di rifiutare il suo aiuto con le buone e con le cattive; arrivò perfino a comportarsi da prete, ammonendola per il suo stile di vita dissoluto. Ma lei vinse sempre su tutti i fronti. Gli diceva spesso: “Io incarno la lussuria e la menzogna, ma per un buon motivo. Quando il mio eroe senza macchia avrà salvato il mondo dalle grinfie del male, gli dèi sorrideranno e saranno buoni con me.”
Al che lui replicava: “Con te può anche darsi, ma con me? Quale Dio di buon senso mi assolverebbe dalla colpa di non averti salvata?”
“La mia salvezza è tra le braccia di Siva. Egli ha tante braccia.”
“Beata te. Io non mi fiderei di un Dio che pensa solo a ballare.”


Malgrado le opposte vedute sull’affidabilità degli dèi e sui metodi per reperire documenti e informazioni, tutto filò piuttosto liscio fino al luglio del 1997, fino a quando a Nyahururu Dino uscì di senno dopo il Saba Saba e a Nairobi Jasmina provò a sfruttare le proprie conoscenze per sbloccare la situazione dei cadaveri stipati all’obitorio: un’imprudenza che avrebbe pagato col sangue. Venne incarcerata e seviziata dalla polizia con l’accusa di aver mancato di rispetto ad un funzionario del governo, nel tentativo di convincerlo a disinnescare la bomba batteriologica che incombeva sulla città capoluogo di Laikipia. Jasmina l’aveva offeso rifiutando di concedersi alle sue pretese sessuali, appena capito che quell’uomo, malgrado le arie, non era abbastanza potente da risolvere il problema. Prima che il padre ambasciatore la tirasse fuori di prigione, i poliziotti ebbero tutto il tempo di denudarla e di farla sdraiare a terra sul lercio pavimento del bagno del distretto. Dopo averla bendata, la umiliarono nei modi più untuosi, urinandole e sputandole addosso, masturbandosi, venendole in faccia e ingiurandola con parole insopportabili perfino a una prostituta. Ma quando tentarono di stuprarla, lei trovò il sangue freddo per sfidarli. “Conoscete il mio mestiere” ringhiò. “Accomodatevi, portate a casa l’HIV alle vostre mogli!” A tale affronto, gli agenti le scagliarono contro calci e manganellate con violenza inaudita. Jasmina d’istinto si rannicchiò in posizione fetale sul pavimento, proteggendosi il viso sotto le ginocchia. Nessuno osò violentarla, ma le bastonate le sbriciolarono il fianco destro: il femore e il bacino andarono in frantumi.
Quando il satellitare squillò alla missione di Nyahururu e dall’altra parte della cornetta si presentò una dottoressa dell’Aga Khan Hospital, Dino sentì una pietra colpirlo in pieno petto. Senza più considerare chi aveva davanti nel cortile della parrocchia, i familiari dei manifestanti morti il 7 luglio i cui corpi squartati e ammassati all’obitorio aspettavano il giorno della degna sepoltura, saltò in macchina e imboccò la strada per Nairobi mentre il sole era già tramontato e le Aberdares emanavano gli ultimi bagliori del crepuscolo. I suoi occhi non videro i miliardi di stelle che brillavano nel cielo quella notte, né la luna piena che rese più agevole il suo viaggio. Il suo cuore era assorto in un pianeta lontano, cinto da anelli di rimorso. Percorse il paesaggio lunare della Rift Valley, tra i mantelli striati delle zebre che solcavano la pianura come onde d’argento, e nella sua mente echeggiarono solo pensieri di dolore. Ogni roccia, ogni depressione del terreno, ogni scheletro o fossile, ogni piccolo sasso, conchiglia o sacco di immondizia lasciato sulla strada scandiva la distanza enorme che ancora lo separava da lei. La sua vanità si sgretolava come un castello di sabbia, la sua missione giaceva sull’asfalto in mille pezzi, sotto il sibilo di un vento assassino e il gracchiare degli avvoltoi. Quello era il frutto del suo lavoro? Era quello il risultato della sua ambizione? “Come ho potuto?” ripeteva ossessivamente. “Come ho potuto?” Le stesse parole che si era ripetuto infinite volte quarant’anni prima, quando la sua sorellina di appena sei mesi era caduta dalle scale. La loro madre in quel periodo si era ammalata di febbre tifoidea e toccava a Dino occuparsi dei tre fratelli più piccoli mentre il padre era a lavoro. Sua sorella aveva i boccoli biondi, gli occhi verde acqua, e la sua pelle trasparente svelava affascinanti intrecci di minuscoli capillari pulsanti. In mancanza della madre piangeva spesso, così Dino la teneva in braccio più che poteva, avvolta in una copertina di lana bianca e rosa ricamata a mano per lei dalle vecchie del paese; ma dopo qualche minuto, la piccola cominciava a pesare tra le braccia esili di un bambino di appena sette anni. Un giorno, salendo le scale di casa, inspiegabilmente la piccola gli scivolò dalle braccia. Sbigottito, stringendo tra le mani la copertina vuota, Dino la vide ruzzolare giù per gli scalini e fermarsi immobile sul tappeto vicino alla porta, senza emettere un lamento. Corse a riprenderla e la riavvolse nella lana, senza il coraggio di guardarla. Poi si sedette su una sedia in cucina, ad ascoltare il ticchettio del pendolo e ad aspettare il ritorno di suo padre, al buio e al freddo, senza accendere né la lampada né la stube; certo che la bambina fosse morta per colpa sua, rimase per quasi due ore a tremare sulla sedia con il cadavere in braccio. Il padre, che sotto la corteccia di abete serbava il cuore tenero di un germoglio, quella sera non lo sgridò, al contrario, lo strinse forte tra le sue robuste braccia di taglialegna. Dopo tutto, la neonata stava benissimo, aveva riportato solo qualche lieve ammaccatura. Crebbe anzi in perfetta salute, si sposò felicemente con un compaesano ed ebbe tre stupende figlie. Eppure, ogni volta che Dino da adulto tornava a farle visita durante le vacanze in Italia, prima ancora di dirle ‘ciao’ le passava le mani sulla fronte e sui capelli per assicurarsi che fosse viva e che stesse bene. Ora, per la prima volta dopo così tanto tempo, assaporava di nuovo l’impotenza, ed era un sapore disgustoso, nauseabondo come i cuori marci di coloro che avevano violato il suo amore. Abusata da uomini malvagi, la sua piccola donna giaceva esangue in un letto di ospedale e i suoi nemici camminavano liberi per le strade del Kenya. Non si sentì mai tanto solo quella notte, vedendo il proprio regno crollare miseramente. Sentì che d’ora innanzi avrebbe sempre strisciato come un verme della terra, con la bocca di fiele, alla disperata ricerca dei pochi cocci da recuperare. Era il luglio del 1997: la fine della sua giovinezza.

Alla divisione traumatologica dell’Aga Khan Hospital, la dottoressa Samadhi Larsson invitò il prete italiano ad entrare nella stanza della figlia, perché prima di chiudere gli occhi Jasmina aveva rivolto a lui l’ultimo pensiero, trovando la forza di dettare il suo numero di telefono. La giovane dormiva nel suo coma indotto dai farmaci, con il volto disteso, senza provare alcun dolore. Per Dino proteggere la beatitudine di quel sonno divenne tutto: si sarebbe fatto uccidere e avrebbe ucciso per proteggerla, mentre tutti gli errori della propria vita prendevano corpo e ombre di angeli dalle ali spezzate cadevano lungo le pareti della camera. La sua mente e le sue mani era vuote. Non c’era nulla che egli potesse fare tranne osservare in silenzio lo sfacelo.
Samadhi gli chiese delicatamente: “Lei è il suo amante?”
Lui si coprì il volto con le mani, in preda alla vergogna. “Amante? No, sono il suo carnefice.”
“No, non è così. Ora stia calmo. Mantenga i nervi saldi e mi aiuti a prendere una decisione. I chirurghi le hanno saldato la frattura. Jasmina non tornerà a camminare come prima, ma almeno potrà muoversi. L’operazione è stata lunga e difficile: ora le serve sangue. Né il mio né quello di suo padre è compatibile. Lei capisce, le scorte dell’ospedale non sono sicure. L’Aids è un flagello in questo Paese. Potremmo decidere di trasfonderla e salvarle la vita, ma infliggerle supplizi peggiori. Se Lei vuole bene a mia figlia, se ci tiene anche solo un po’ a lei, non mi lasci sola: mi aiuti a decidere.”
D’un tratto il sapore dell’impotenza divenne meno amaro. “Il mio sangue è zero negativo” sussultò Dino. “E’ compatibile per forza.”
Già si stava sollevando la manica della camicia per offrire le proprie vene, ma la madre di Jasmina, dopo anni di professione medica e di imbarazzanti confidenze surrurratele dai pazienti più insospettabili, lo fermò, stringendogli il braccio: “Posso fidarmi del sangue di un prete?”

Il father dei Kikuyu fece un respiro profondo. Ricordò tutte le volte in cui aveva affondato la propria virilità nel ventre caldo e accogliente di Jasmina e si era sentito a casa. L’aveva amata con tutto il cuore e con tutta la fisicità di cui era capace, senza riserve, senza mai chiederle nulla a propria tutela, fino a dimenticare dove finisse il proprio corpo e dove incominciasse la carne di lei. “In tutti questi anni, Sua figlia per me è stata l’unica” confessò. “Non può esserci morbo nel mio sangue che Jasmina non abbia già.”
“La mia figliola non ha nulla. Oggi ho controllato personalmente le sue analisi e ho ringraziato il cielo. Non bastano le precauzioni. Gli dèi la proteggono: sono dalla sua parte. Nessuna traccia di HIV, epatite o sifilide. Il suo sangue è pulito come quello di una vergine.”
“Allora sono pulito anch’io. Prenda tutto quello che le serve, per l’amor di Dio, faccia presto.”
Dino si fece prelevare una quantità enorme di sangue: un litro e mezzo in due sacche da settantacinque centilitri, a distanza di appena un paio d’ore l’una dall’altra. Si lasciò prosciugare le vene senza battere ciglio, fino a quando i medici gli imposero un categorico stop. Samadhi gli restò accanto mentre l’ago canula gli aspirava via le forze. Accarezzandogli la fronte quasi fosse suo figlio, gli parlò per tutto il tempo, intenta a tenerlo sveglio. “Jasmina è nata in piedi” gli raccontò, col petto gonfio di orgoglio materno. “Camminava appena e già comandava a bacchetta tutti quanti. Fin da bambina è stata ostinata e indipendente. A quattro anni ha imparato a leggere, a diciotto ha preso la patente di guida, alquanto audace per una donna indiana dei primi anni ottanta. Aveva i numeri per fare la stilista o l’arredatrice. Lo dico perché a Stoccolma si è laureata in architettura a pieni voti e, tornata a Nairobi, ha sviluppato un talento speciale nell’arredare gli interni servendosi delle stoffe e dei materiali locali. Ha un grande senso del colore. Lo sa che si disegna le sari da sola? E ha visto con che mano si dipinge le unghie? Non l’ho partorita né troppo presto né troppo tardi; è nata sana e intelligente, non ha mai preso malattie, né subìto violenze o abusi, almeno fino ad oggi. Io e suo padre l’abbiamo amata con tutta la devozione di cui eravamo capaci, l’abbiamo condotta nelle migliori scuole e fatta levare dai più esperti educatori. Ma nonostante ogni nostra premura, la sua libertà è stata per noi una maledizione dai mille tentacoli. Decine di specialisti l’hanno visitata, in Africa e in Europa, e nessuno ci ha fornito un valido motivo a giustificazione dei suoi spavaldi comportamenti. Jasmina è una bambina nel corpo di una donna: le manca il senso della realtà. Ha grandi appetiti, non accetta imposizioni, brama e ottiene, senza curarsi delle conseguenze. E’ affamata di bellezza, in qualunque ambito. Ha fatto l’amore per la prima volta a soli undici anni, seducendo un insegnante di venti, e quando il malcapitato è stato cacciato dalla scuola, lei non ci ha rivolto la parola per settimane, tanto era indignata per aver perduto qualcosa di bello. Mi creda, abbiamo cercato in tutti i modi di evitarle gli errori irreparabili, ma non abbiamo potuto. Non ci è rimasto che rassegnarci: accettare che, quando la notte squilla il telefono, c’è una buona probabilità che lei sia nei pasticci. Faccia altrettanto, father. Accetti che niente di tutto questo è avvenuto per colpa Sua: Jasmina non ha padroni, fa ciò che vuole, per amore o per gioco, comunque per piacere, a costo di andare incontro al peggio. E’ così, è il suo karma. Oggi gli dèi hanno voluto farle toccare con mano il torbido del mondo, ma infine hanno avuto pietà di lei.”
“La Sua indulgenza non mi assolve, signora” replicò Dino. “Quando gli dèi peseranno il mio cuore su una bilancia, mi ricorderanno di avermi messo tra le mani una bambina da proteggere e mi accuseranno di aver permesso che la bruttura del mondo la facesse a pezzi... io cosa risponderò? Che era il suo karma?”
Dopo il prelievo, con la testa storna e leggera, Dino sedette accanto al suo angelo ferito, vegliando sul suo sonno tutta la notte. Le ore passarono, ma il cielo non albeggiò e non ridiede colore alla città finché il volto di Jasmina non si irrorò di nuovo e il suo respiro non tornò più regolare e profondo.
La prima cosa che lei percepì rinvenendo furono le mani che conosceva bene appoggiate delicatamente sul proprio viso. Erano insolitamente fredde, ma andavano bene così quel giorno: davano sollievo alla sua fronte febbricitante. “Gioia mia” furono le prime parole che udì.
“Sei pallido, hai le mani gelate. Cosa ti è successo?” gli chiese.
“Ti ho fatto un regalo” rispose lui. “Una cosa che ti serviva.”
“Mi fa tanto male la gamba.”
“Lo so, amore mio. Porta pazienza.”
“Mi fa tanto male la gamba” sussurrò di nuovo Jasmina. “E’ un dolore insopportabile.” Fu il suo primo ed ultimo lamento. Non avrebbe mai più detto neanche un ahi, né parlato dell’accaduto.
In molti alla missione si erano interrogati sul motivo per cui Dino, soltanto lui, fosse crollato nell’estate del 1997; perché non fosse più riuscito a ritrovare la serenità, perché fosse divenuto tanto irritabile e impaziente con tutti, perché si fosse distaccato dalle attività sociali delegandone la guida a Marco e perché le sue tempie si fossero ingrigite in appena pochi giorni. Tutti avevano partecipato all’immane tragedia del Saba Saba. Anche gli altri sacerdoti erano entrati all’obitorio a recuperare i miseri resti dei morti, avevano respirato fetori indescrivibili, ingoiato il proprio vomito, pianto per intere notti insonni fino a bestemmiare il loro Dio misericordioso; poco a poco, tuttavia, avevano ripreso a respirare normalmente, gli incubi erano passati ed era tornato in loro l’entusiasmo di stare con la gente e di continuare a lottare. Ma in quell’estenuante estate, il cuore di Dino si era lacerato due volte. L’indifferente, crudele combinarsi dei fatti lo aveva messo davanti ai cadaveri dei suoi amici e al corpo martoriato della donna che amava come una moglie, una madre, una figlia. Aveva dovuto sopportare in silenzio la pena e l’angoscia, mentre la colpa se l’era mangiato da dentro. Sentendo crescere dentro di sé come un bubbone il peso del peccato, giorno dopo giorno, aveva acquisito la consapevolezza di dover fare una scelta, perché quel suo carisma di ubiquità, privilegio degli dèi, si stava esaurendo ed egli cominciava a sentirsi davvero stanco.

Nemmeno le umiliazioni e le violenze subite nella quallida stazione di polizia piegarono la donna che Dino riteneva delicata come una fanciulla e che tuttavia per amore avrebbe potuto scalare una montagna con una gamba sola. Con la complicità di Jasmina, egli riuscì a bloccare il rapido processo di invecchiamento che in pochi giorni gli si era infiltrato nelle cellule. Ricompose i cocci della propria missione, intenzionato a portarla a compimento; terminato il lavoro e mantenuta ogni promessa al cospetto della sua gente, si sarebbe ritirato per donare alla compagna il proprio cuore, il proprio tempo e la propria intera umanità. Jasmina, benché azzoppata, mantenne sensualità da vendere e ritrovò ben presto la grinta di fare l’impossibile, fino a sedurre uno dei membri più rilevanti della Commissione Terre per convincerlo a non archiviare o insabbiare un’istanza che da lì a poco Dino gli avrebbe sottoposto. Promise al proprio amante che quello sarebbe stato l’ultimo uomo sedotto per interesse; in cambio, ricevette la promessa di una serena, anelata vita coniugale, con o senza il benestare della Chiesa, che di certo non avrebbe preso bene le dimissioni di un prete candidato a divenire vescovo. Sarebbe stata solo una questione di tempo: l’appuntamento con il commissario venne fissato per il 18 ottobre 2002.
Purtroppo gli sforzi di Jasmina si rivelarono vani e, malgrado le promesse, nessuno la condusse all’altare. La strana questione delle terre di Ol Moran, a cui Dino lavorava ormai da un paio danni, non finì sui tavoli della Commissione. Dopo l’omicidio, la bella Jasmina, vedova senza fede nunziale, vendette l’appartamento di Hurlingam e la proprietà di Thika. Assieme alla carne dell’uomo che aveva amato più di se stessa, seppellì il ruolo di Joy e uscì di scena, zoppicando in silenzio. In molti a Nairobi avrebbero sentito la sua mancanza. A chi le chiedeva notizie, sua madre diceva semplicemente che se n’era andata, che era tornata a vivere in Europa, dove si era rifatta una vita e aveva avuto una figlia. “Jasmina è una signora” concludeva sempre Samadhi. “E una signora sa quando è ora di andare.”